Mettere pressione a Juventus e Milan nella corsa al quarto posto e alla tanto agognata Champions League, costringerle a giocare con la paura addosso, è una delle poche armi a disposizione della Roma nelle partite che restano da qui alla fine del campionato. Si è visto ieri sera in Lecce-Juventus: vantaggio facile, partita che si sporca e panico nel finale.
Perché se N’Dri, oltre al dinamismo e all’esplosività, avesse anche freddezza sottoporta, davanti a Di Gregorio avrebbe probabilmente trovato un pareggio figlio di un’uscita sanguinosa dei bianconeri. La Juventus ha avuto paura: nelle uscite palla, nella gestione del risultato, nei palloni scaraventati in tribuna. Spalletti ha abbassato ulteriormente il baricentro per proteggere un vantaggio minimo, con la sola speranza di portare a casa uno striminzito bottino.
Una paura figlia del fiato sul collo che la Roma, con un filotto che è obbligata a proseguire oggi pomeriggio a Parma, è riuscita a mettere non soltanto sui bianconeri, ma anche sul Milan che oggi se la vedrà con l’Atalanta. La squadra rossonera è sembrata la meno solida delle tre contendenti e chissà che un inizio stentato, o magari un gol a freddo dell’Atalanta, non possa provocare una reazione isterica in una squadra che, senza Modric, ha mostrato lacune evidenti e una preoccupante mancanza di personalità.
Siamo tutti d’accordo sul fatto che la Roma debba fare nove punti, derby compreso, per alimentare una fiammella di speranza. La gara di Lecce ha però dimostrato che, nonostante i limiti tecnici evidenti dei salentini, il vero nemico delle avversarie della Roma nella corsa Champions è la tenuta mentale, la paura di vedere scivolare via un traguardo per uno o due punti.
Una vittoria della Roma a Parma potrebbe alimentare ulteriormente questa tensione, questo senso di precarietà che porta all’errore. È l’unica speranza, l’unica arma in più che può avere chi rincorre.





