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Gasperini e quei “forestieri” che Roma impara ad amare

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C’è un equivoco che accompagna la Roma praticamente da sempre: confondere l’amore per la città con la capacità di costruire qualcosa per la sua squadra. Come se per comprendere Trigoria fosse necessario assorbirne abitudini, linguaggio, rituali e persino difetti. La storia, curiosamente, racconta spesso l’esatto contrario.

Alcune delle persone che hanno lasciato l’impronta più profonda nella Roma sono arrivate da fuori e, soprattutto, si sono comportate da forestieri. Non hanno provato ad adattarsi immediatamente all’ambiente. Hanno preteso, piuttosto, che fosse l’ambiente ad adattarsi a loro. Gian Piero Gasperini appartiene esattamente a questa categoria.

La cultura del lavoro prima del consenso

Gasperini non è arrivato a Roma per risultare simpatico, per conquistare rapidamente il consenso o per diventare parte di quel gigantesco sistema di relazioni che inevitabilmente circonda Trigoria. È arrivato con un metodo, con una cultura del lavoro e soprattutto con la convinzione che il campo debba determinare le gerarchie molto più di qualsiasi altra cosa. Può sembrare una banalità. A Roma, storicamente, non sempre lo è stata.

Trigoria è stata troppe volte un posto capace di diventare tremendamente accogliente. Persino troppo. Un ambiente nel quale il talento può essere esaltato, perché poche città sanno regalare emozioni calcistiche paragonabili, ma nel quale allo stesso tempo diventa semplice accomodarsi. Si creano rapporti, abitudini, amicizie, piccoli centri di potere. Nasce quella gigantesca zona di comfort nella quale tutti finiscono per conoscersi e riconoscersi, finché qualcuno non arriva dall’esterno e decide semplicemente di spegnere la musica. È in quel momento che il forestiero diventa scomodo.

Perché non conosce le regole non scritte o, ancora peggio, le conosce e decide deliberatamente di ignorarle. Non gli interessa chi frequenta chi, chi racconta cosa, chi possiede credito nell’ambiente e chi invece viene considerato un corpo estraneo. Guarda il campo, misura il lavoro, pretende risposte. E inevitabilmente rompe degli equilibri.

Roma ha avuto bisogno proprio di loro

La storia della Roma è piena di personaggi arrivati nella Capitale senza possederne inizialmente i codici e diventati poi parte integrante della sua identità. Liedholm e Falcao appartenevano a mondi lontanissimi da Roma. Sebino Nela e Roberto Pruzzo erano forestieri diventati, con il tempo, più romani di tanti romani. Ottavio Bianchi fu divisivo proprio perché impermeabile a molte dinamiche ambientali. Fabio Capello arrivò imponendo disciplina, pretese e persino una certa antipatia come strumenti di governo.

Batistuta portò dentro Trigoria la fame quasi ossessiva di chi era arrivato per vincere immediatamente. Il primo Spalletti introdusse idee, lavoro e una concezione differente del calcio. Mourinho, con caratteristiche completamente diverse, costruì una mentalità feroce attorno alla competizione e restituì alla Roma la percezione che giocare una finale europea non dovesse rappresentare un evento soprannaturale.

Adesso Gasperini. Personalità diversissime, epoche incomparabili e metodi persino opposti. Eppure esiste un filo che le collega: la capacità di non farsi assorbire immediatamente da Roma. Perché Roma può essere meravigliosa quando ti ama, ma professionalmente può diventare pericolosa quando comincia a coccolarti.

Essere diversi per proteggere il talento romano

Ed è qui che emerge un altro apparente paradosso. I grandi forestieri non hanno soffocato l’identità romana della squadra. Spesso l’hanno valorizzata. I grandi talenti cresciuti dentro questa città hanno dato il meglio quando accanto hanno trovato qualcuno sufficientemente forte da non assecondarli. Di Bartolomei, Bruno Conti, Giannini, Totti, De Rossi rappresentano epoche differenti della romanità calcistica, ma la loro grandezza non nasce dall’isolamento rispetto a ciò che arrivava da fuori. Al contrario, è stata spesso esaltata dall’incontro con allenatori, dirigenti e compagni portatori di culture differenti. Essere complementari significa anche questo.

Roma non ha bisogno di cancellare la propria identità. Deve evitare di trasformarla in un alibi. Perché esiste una differenza enorme fra romanità e provincialismo. La prima rappresenta appartenenza, passione, memoria, capacità di riconoscersi in una maglia. Il secondo comincia quando quella stessa appartenenza viene utilizzata per respingere qualsiasi elemento capace di modificare le consuetudini.

Gasperini rompe la zona di comfort

Gasperini, in questo senso, è probabilmente uno degli allenatori meno “romani” che la Roma potesse scegliere. Ed è precisamente il motivo per cui potrebbe essere quello giusto. Non cerca continuamente mediazioni. Non sembra particolarmente interessato alla costruzione del personaggio accomodante. Pretende intensità, disponibilità fisica, applicazione tattica, capacità di accettare concorrenza e gerarchie modificabili. Il curriculum conta, ma fino a quando viene confermato dal campo.

Questo inevitabilmente produce attriti. Una cultura realmente meritocratica genera sempre più resistenze di quanto si racconti, perché quasi tutti sono favorevoli alla meritocrazia finché non mette in discussione la propria posizione. Vale per i calciatori, vale per chi lavora intorno alla squadra e vale anche per quell’universo indefinito che da sempre gravita attorno a Trigoria.

Il problema della Roma, infatti, non è mai stato avere una città troppo innamorata della propria squadra. Quello è probabilmente il suo patrimonio più grande. Il problema nasce quando l’amore diventa indulgenza, quando la conoscenza diventa consuetudine e quando la consuetudine diventa diritto acquisito. Il famoso “volemose bene” funziona meravigliosamente finché non diventa “volemose bene finché conviene a me”. Ed è precisamente lì che servono i forestieri.

Il forestiero che potrebbe diventare romano

Il destino curioso è che Roma, dopo averli combattuti, alcuni forestieri finisce persino per adottarli. Nela e Pruzzo ne sono esempi meravigliosi. Liedholm è diventato parte della mitologia romanista. Altri sono andati via lasciando divisioni, cicatrici o rimpianti, ma quasi sempre costringendo l’ambiente a confrontarsi con qualcosa di differente. Gasperini non deve diventare romano. Non adesso, almeno. Deve continuare a essere Gasperini.

Deve conservare quella distanza che gli permette di guardare Trigoria senza subirne completamente il fascino, pretendendo che il lavoro venga prima delle relazioni, il rendimento prima delle reputazioni e l’obiettivo collettivo prima della necessità individuale di sentirsi importante. Poi magari arriveranno i risultati, e Roma farà quello che ha già fatto tante volte: adotterà anche lui. Ma prima dovrà lasciarsi disturbare. Perché alcune delle persone che hanno fatto maggiormente bene alla Roma sono state proprio quelle che, almeno all’inizio, Roma non riusciva completamente a riconoscere come proprie.

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