Cinquant’anni. La cifra fa uno strano effetto perché Francesco Totti, per chi è cresciuto a Roma tra gli anni Novanta e Duemila, sembra appartenere a una dimensione nella quale il tempo si è fermato. Non per nostalgia, almeno non soltanto. Ma perché per quasi un quarto di secolo la Roma e Totti sono stati talmente sovrapposti da rendere difficile capire dove finisse una e cominciasse l’altro.
Raccontarlo attraverso i numeri sarebbe semplice. Presenze, gol, record, uno Scudetto, due Coppe Italia, due Supercoppe, un Mondiale. Ma Totti è diventato Totti proprio perché, a un certo punto, i numeri non sono più bastati a spiegarlo.
Totti è stato il tempo della vita
Per una generazione di romanisti Francesco è stato soprattutto un calendario. C’era Totti quando si andava allo stadio con il padre. C’era quando si cominciava ad andarci con gli amici. C’era durante la scuola, poi l’università, il primo lavoro, magari il matrimonio e i figli. Cambiavano presidenti, allenatori, compagni, avversari, persino lo stadio intorno a lui. Il numero 10 rimaneva lì.
È probabilmente questa la ragione più profonda del legame. Totti non ha rappresentato soltanto un grande calciatore della Roma: ha accompagnato pezzi di vita delle persone.In campo significava sapere che, anche quando la Roma era inferiore, esisteva qualcuno capace di inventare una soluzione che gli altri semplicemente non vedevano. Un pallonetto quando tutti avrebbero tirato forte, un passaggio quando lo stadio chiedeva il tiro, un colpo di tacco apparentemente inutile che invece apriva il campo. Non era soltanto tecnica. Era una maniera personale di interpretare il calcio e, forse, anche Roma: talento enorme, ironia, istinto, qualche eccesso e nessuna particolare voglia di diventare qualcosa di diverso da ciò che era.
La Roma prima della carriera
Poi c’è la scelta che ha trasformato il campione nel simbolo. Totti avrebbe potuto vincere di più altrove. Non serve costruire una mitologia artificiale intorno a questo: lo sapeva lui e lo sapevano tutti. È rimasto comunque.
Ed è qui che la sua storia supera il campo. In un calcio che progressivamente trasformava i giocatori in aziende e le maglie in tappe professionali, il più forte della Roma decise che la propria carriera non sarebbe stata misurata esclusivamente attraverso il numero dei trofei. Quella scelta ha avuto un prezzo sportivo e ha prodotto qualcosa che non si compra: appartenenza.
Per questo il rapporto tra Roma e Totti è stato anche complicato, esagerato, qualche volta persino ingombrante. Quando un calciatore diventa più grande di qualsiasi allenatore, dirigente o presidente di passaggio, separare l’uomo dall’istituzione diventa difficile. E il finale della sua carriera, con tutte le tensioni che lo accompagnarono, lo dimostrò perfettamente. Ma forse anche quello faceva parte della storia.
Oggi Francesco Totti compie cinquant’anni e la Roma continua naturalmente senza di lui. Sono arrivati altri capitani, altri campioni, altri bambini hanno cominciato ad andare allo stadio senza averlo mai visto giocare. Eppure basta mostrare una maglia numero 10, nominare un cucchiaio, un ciuccio mimato col pollice perché generazioni diverse capiscano immediatamente di cosa si stia parlando.
Non è nostalgia. È memoria collettiva. La Roma ha avuto calciatori straordinari prima di Totti e ne avrà altri dopo. Difficilmente, però, avrà di nuovo qualcuno capace di rappresentare contemporaneamente il suo giocatore più forte, il suo capitano, un pezzo della città e venticinque anni della vita della sua gente.
Cinquant’anni li compie Francesco.
Per molti Romanisti, invece, Totti continua ad avere l’età dei loro ricordi.









