L’Italia torna a giocare una partita ufficiale contro il Belgio questa sera all’Olimpico, e la sensazione è quasi che debba chiedere permesso. Tre settimane senza campionato, proprio adesso che la stagione dei club stava entrando nel vivo, per lasciare spazio a una Nazionale che una parte sempre più consistente del pubblico percepisce come un’intrusa. Quasi un fastidio tra una giornata di Serie A e l’altra.
Non è sempre stato così e soprattutto non funziona così ovunque. Inghilterra, Germania e Olanda continuano a vivere le rispettive Nazionali come una parte centrale della propria cultura calcistica. In Italia, invece, qualcosa si è spezzato. Probabilmente perché è difficile innamorarsi di qualcuno che non si vede mai.
TRE MONDIALI SENZA ITALIA NON SONO UN INCIDENTE
Russia 2018, Qatar 2022, Stati Uniti-Messico-Canada 2026. Tre Mondiali consecutivi senza gli Azzurri non possono più essere raccontati come una combinazione di episodi sfortunati. L’ultima ferita è arrivata a Zenica, contro la Bosnia, ai rigori: terza eliminazione consecutiva dalle qualificazioni mondiali.
Nel mezzo c’è stato persino un Europeo vinto, quello del 2021, che avrebbe dovuto rappresentare una rinascita e che oggi sembra quasi un meraviglioso incidente dentro una lunga crisi. Il problema è che il pubblico ha progressivamente perso l’abitudine. Un bambino che nel 2014 aveva cinque anni oggi ne ha diciassette e non ha praticamente mai visto l’Italia giocare un Mondiale. È difficile tramandare un rito quando il rito scompare. Ma sarebbe troppo comodo dare tutta la colpa ai risultati.
UNA NAZIONALE CHE DEVE TORNARE A SEMBRARE NUOVA
Dopo Zenica serviva soprattutto una sensazione: ricominciare. Silvio Baldini, nella brevissima parentesi ad interim, aveva almeno trasmesso l’idea di qualcosa di differente. Poi Malagò ha scelto Roberto Mancini, Paolo Maldini e Leonardo dopo aver cercato Guardiola e proposto Pirlo, hanno rassegnato le dimissioni. Il cambiamento del calcio italiano è durato diciotto giorni.
Dunque Mancini: l’uomo dell’Europeo, certamente, ma anche il commissario tecnico della mancata qualificazione al Mondiale 2022 e quello che nel 2023 lasciò improvvisamente Coverciano per andare in Arabia Saudita. Lo stesso Mancini, tornando, ha riconosciuto di aver sbagliato. La scelta può funzionare e il campo avrà il diritto di giudicarla. Ma simbolicamente racconta perfettamente il problema del calcio italiano: quando servirebbe aprire le finestre, troppo spesso si cerca una persona che conosca già la stanza.
Intorno, poi, rimane l’eterno conflitto con i club. Convocazioni vissute come un rischio, infortuni temuti, calendari congestionati, giocatori da preservare. La Nazionale finisce così per apparire quasi come qualcosa che sottrae calciatori al “vero” calcio anziché rappresentarne il punto più alto. Mancini ha convocato nove esordienti (molti come Romano da “bloccare” per il doppio passaporto) e almeno questa è una scelta che guarda avanti. Ma per riconquistare gli italiani servirà molto più di qualche volto nuovo.
Servirà tornare ai Mondiali, certamente. Servirà vincere. Ma prima ancora servirà restituire alla maglia azzurra una cosa che nessuna classifica UEFA può misurare: il desiderio di aspettare la prossima partita dell’Italia invece di aspettare che finisca la sosta. Perché tre Mondiali persi sono un disastro sportivo ma aver perso, nel frattempo, anche una parte degli italiani potrebbe essere persino peggio.








