17 giugno 2001, era ormai sera e la voglia di girare con il motorino per la città era tutt’altro che passata. Fermo al semaforo ripensavo a quello che era successo durante quella giornata incredibile: avevamo vinto lo Scudetto. Era il giorno che i romanisti aspettavano da diciotto anni ma per la mia generazione era il primo: io ne avevo diciassette. Era la mia prima grande vittoria da Romanista e me la godevo. Dopo la grande paura, dopo i pareggi contro il Milan prima e il Napoli poi, anche noi tifosi eravamo arrivati logori psicologicamente alla vigilia di quella partita.
Di dormire la sera prima neanche a parlarne. La testa viaggiava tra i racconti della finale con il Liverpool e del dramma di Roma-Lecce, arrivava alle minacce di tutti gli ex laziali che giocavano nel Parma e che mi rimbombavano in testa: Almeyda, Di Vaio, Fuser, Sensini. Loro non avevano nulla da chiedere, e col tempo avrei capito che spesso queste erano dichiarazioni di facciata, ma a diciassette anni che cosa vuoi capire? Sei solo terrorizzato, poi fiducioso, poi ansioso, poi ottimista, poi di nuovo paranoico ricordandoti improvvisamente della “cappella” di Antonioli sulla punzione di Pecchia a Napoli che c’era costata un’altra settimana di agonia. Un frullato insostenibile, che faceva di tutto tranne che farti chiudere gli occhi.
Per questo anche la mattina di quel 17 giugno 2001, uscendo a fare colazione, guardavo con occhio diffidente i primi motorini di gente evidentemente più ottimista di me che già muovevano verso lo stadio sventolando la bandiera con i tre scudetti. Però ammiravo le loro certezze, quando io quel giorn non riuscivo a decidere se mettermi i jeans o una tuta. Niente biglietto, tutto polverizzato in poche ore, e allora per una volta niente pub, nessun tentativo di entrare ugualmente, nessun contatto sociale: Roma-Parma si vedeva a casa, con possibilità di uscire soltanto dopo le 17 ed eventuale piano d’emergenza con serrande abbassate e silenzio audio video nel caso che le cose non fossero andate come dovevano andare.
Al momento dell’ingresso in campo, vedendo le facce bianche dei giocatori e lo stadio stracolmo, mi rendevo conto che la tensione della notte non aveva esentato neanche i protagonisti di quella Roma. In particolare ricordo Montella: una salma, con l’occhio determinato ma un colorito lenzuolo che non lasciava presagire nulla di buono soprattutto contro un Parma che era sì in gita di piacere ma che annoverava giocatori importantissimi. C’erano tutti: Buffon, Cannavaro, Thuram, Almeyda, Milosevic. All’andata avevamo vinto in rimonta al Tardini grazie a una doppietta di Bati dando il là al primo strappo di quel campionato meraviglioso, ma la sensazione che lasciò quel 2-1 fu quella di aver incontrato una signora squadra.
Quella Roma però era più forte anche della tensione e per l’occasione Capello diede un segnale di coraggio, Dopo le frizioni di Napoli con la bottiglietta scagliata a un centimetro dalla testa di don Fabio proprio da un Montella furioso, il tecnico di Pieris manda il segnale del “senza paura” optando proprio per l’Aeroplanino a discapito di Delvecchio insieme a Bati, con Totti ovviamente libero di svariare come sempre. Eravamo veramente fortissimi in una Serie A fortissima.
E quella sensazione, oltre ai primi minuti, mi fece capire che questa volta non ce n’era per nessuno. Segna il Capitano su appoggio sopraffino di Candela, raddoppia Montella che per l’occasione sdraia un tizio vestito da centurione per andare a festeggiare sotto la Sud. Nella ripresa il gol di Bati chiude la pratica e Di Vaio salva la faccia accorciando le distanze, anche se non se ne accorge nessuno.

Un’estasi rovinata soltanto da un paio di invasioni di campo di troppo ma salvata dall’intelligenza di Braschi, bravo a capire il momento e a consentire la ripresa del gioco senza manie di protagonismo. Arbitri di una volta, quelli con personalità a prova di Var. E poi… “Il fischio finale da parte di Braschi in questo istante, la partita finisce con qualche minuto di anticipo, la Roma è Campione d’Italia per la stagione 2000-2001, mai scudetto fu più meritato”. Risuonano le parole, scolpite nella pietra, di Riccardo Cucchi che per noi romanisti equivalgono a sapere il 5 maggio di Manzoni.
Il mio piano d’emergenza, per una volta non era servito. Mi resi conto in quel momento che per festeggiare ero pronto da quando ero nato. Dopo aver masticato amaro per lo scudetto della Lazio l’anno precedente, era ora di far vedere cosa poteva succedere se era la Roma, a Roma, a vincere lo Scudetto. E allora via a prendere il motorino e buttarmi dentro una festa che sarebbe durata settimane, una festa popolare, un ritrovo continuo ad ogni semaforo, ad ogni edicola per sapere dai giornali qual’era la prossima festa di quartiere, giorno per giorno tra bandiere, ristoranti assediati e tante altre storie. Ognuno ha la sua e anch’io, perché tutti sanno cosa hanno fatto quel 17 giugno e magari raccontarlo a distanza di 25 anni potrebbe essere disdicevole.
Già, venticinque anni. Una storia me la ricordo bene, e la posso raccontare. Fermo a un semaforo a strombazzare col motorino, dopo esser passato come i toreador sotto le bandiere in una Roma letteralmente impazzita, ricordo distintamente un uomo fuori dalla grazia di Dio urlare: “Tenemose, che tanto se rivedemo l’anno prossimo!”. Ero convinto anch’io che da lì fosse cambiato qualcosa. E invece da quel 17 giugno sono passati venticinque lunghissimi anni: i capelli sono andati, ci siamo sposati, è arrivata la prole, qualche amico non c’è più e non ci resta che sperare che ogni giorno che passa sia un giorno in meno che ci separa dal sospirato quarto scudetto della nostra storia. Senza mai perdere la speranza, senza mai perdere la passione.








