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Roma, una squadra europea ma quasi debuttante in Champions: il paradosso che attende Gasperini

roma champions

La Roma torna in Champions League dopo otto anni e lo fa portandosi dietro un curioso paradosso. Quella affidata a Gian Piero Gasperini è una squadra con una discreta pelle europea, abituata negli ultimi anni a vivere partite a eliminazione diretta, trasferte complicate e serate ad altissima tensione. Eppure, osservando esclusivamente l’esperienza maturata in Champions League, buona parte della rosa giallorossa si presenta quasi da debuttante.

Una differenza che assume ancora più importanza dopo il sorteggio della League Phase. La Roma dovrà affrontare avversarie come Real Madrid, PSG e Manchester United, oltre a Sporting, Lille, Fenerbahçe, Slovan Bratislava e AEK Atene. Il salto rispetto all’Europa frequentata abitualmente negli ultimi anni sarà evidente.

Dybala, Malen e Molina: la Champions è soprattutto nelle loro gambe

I due riferimenti principali sono Paulo Dybala e Donyell Malen, entrambi intorno alle 50 presenze nella massima competizione europea. Alle loro spalle c’è Nahuel Molina, arrivato dall’Atletico Madrid portandosi dietro circa una quarantina di partite di Champions, seguito da Mario Hermoso, altro calciatore abituato per anni al livello più alto del calcio europeo. Poi il dato cambia drasticamente.

Cristante e Pellegrini hanno già disputato la Champions, ma l’ultima partecipazione della Roma risale addirittura alla stagione 2018/19. Altri elementi hanno soltanto assaggiato la competizione, mentre per una fetta importante della squadra quella che sta per cominciare rappresenterà sostanzialmente una prima volta.

Giocatori centrali nel progetto come Manu Koné, Wesley, Koulierakis, Pisilli e Castro non l’hanno mai giocata o hanno collezionato poche presenze. E lo stesso vale per molti dei giovani sui quali la Roma ha deciso di investire. È questo il vero elemento di discontinuità: non tanto l’assenza assoluta di esperienza internazionale, quanto la mancanza di una esperienza collettiva di Champions.

Ma questa Roma sa già cosa significa giocare in Europa

Sarebbe però sbagliato definire la Roma una squadra europea inesperta. Cristante, Pellegrini, Mancini, Svilar e parte del nucleo storico hanno vissuto un periodo nel quale il club ha costruito una vera identità nelle coppe. La Conference League vinta nel 2022, la finale di Europa League del 2023 e i numerosi percorsi nelle fasi a eliminazione diretta hanno abituato Trigoria a considerare l’Europa qualcosa di più di un semplice appuntamento infrasettimanale.

Anche Dybala, Ndicka, Koné, Pisilli e Soulé hanno progressivamente accumulato esperienza internazionale. Non necessariamente in Champions, ma dentro partite nelle quali pressione, gestione emotiva e capacità di interpretare i diversi momenti diventano determinanti. Ed è qui che si trova la grande incognita. La Roma possiede attitudine europea senza possedere ancora una vera identità da Champions. Sono due concetti simili soltanto apparentemente.

Contro Real Madrid e PSG gli errori che in Europa League possono essere recuperati rischiano di trasformarsi immediatamente in gol. A Old Trafford cambieranno velocità, qualità individuale e pressione ambientale. Anche la nuova League Phase obbligherà Gasperini a interpretare otto partite differenti senza la possibilità di costruire una classica dinamica di girone.

La buona notizia è che la Roma non dovrà imparare cosa significhi giocare una notte europea. Dovrà piuttosto alzare il livello di ciò che ha imparato negli ultimi cinque anni. Dybala, Malen, Molina ed Hermoso saranno fondamentali proprio per questo: trasferire agli altri quella familiarità con la Champions che oggi appartiene soltanto a una parte dello spogliatoio. Il sorteggio non ha fatto sconti. E forse rappresenta il test perfetto per capire immediatamente quanto sia grande la distanza tra essere una squadra da Europa ed essere diventata una squadra da Champions.

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