È durata poco. D’altronde la gratitudine nel calcio moderno ha la stessa scadenza dello yogurt lasciato sul termosifone. Gianluca Mancini, quello della doppietta nel derby, della bandiera sventolata sotto la Sud, delle partite giocate stringendo i denti, dello stipendio ridotto pur di continuare a vestire la maglia della Roma, oggi è diventato improvvisamente “un mediocre”. È bastato perdere un pallone a cinquanta metri dalla porta.
Errore? Certamente. Grave? Si può discutere. Assist a Lautaro Martinez? No. Perché dopo quel pallone perso l’Inter ha dovuto ancora sviluppare l’azione, la Roma si è schierata e Lautaro ha trovato un gol di malleolo che ha riaperto una partita che sembrava indirizzata. Ma sui social la moviola ormai funziona diversamente: si sceglie il colpevole, si riavvolge il nastro fino al momento utile per costruire l’accusa e si sbatte il mostro in prima pagina.
DAL MANCIO AL MANCO BONO
Il vento cambia rapidamente. Fino a ieri Mancini era il simbolo del romanismo feroce, quello che al derby diventava capopopolo e che sotto la Curva poteva permettersi persino di trasformarsi in ultras. Oggi, complice anche l’arrivo di Balerdi e Koulierakis e un’abbondanza difensiva che finalmente consente a Gasperini di scegliere, improvvisamente si scopre che Mancini non sarebbe abbastanza bravo per giocare nella Roma.
Curioso. Soprattutto perché, al netto dell’errore contro l’Inter, la sua partita non è stata affatto disastrosa. E perché appena una settimana prima, a Torino, era stato uno dei migliori: al 93′, con una Roma che stava difendendo un vantaggio minimo e con diversi giocatori stremati, Mancini ha combattuto sulla linea laterale fino a partecipare all’azione del 2-0 di Pisilli. Le cronache della partita gli attribuiscono proprio il lavoro decisivo nella costruzione di quel gol. Sette giorni. Tanto è bastato per passare da trascinatore a problema.
LA CORTE SUPREMA DEL DIVANO
De Rossi ha sintetizzato perfettamente un fenomeno che ormai appartiene al calcio contemporaneo: dal divano sono tutti bravi. Perché dal divano non esistono stanchezza, pressione, marcature preventive, settanta metri percorsi in transizione, gambe pesanti o avversari che guadagnano milioni proprio perché sanno approfittare degli errori. Esiste soltanto la sentenza.
Mancini può essere stanco. Nelle ultime partite qualche segnale era arrivato e oggi Gasperini dispone finalmente delle alternative per concedergli anche un turno di riposo. Può giocare Balerdi, può giocare Koulierakis, può cambiare la gerarchia. È il calcio e nessuno deve vivere di rendita per ciò che ha fatto in passato. La gratitudine non deve diventare un vitalizio. Ma nemmeno l’errore può trasformarsi in damnatio memoriae.
A decidere se Mancini debba giocare meno penserà Gasperini. Possibilmente guardandolo durante gli allenamenti e le partite, non attraverso un fermo immagine pubblicato su X. Perché tra criticare un errore e decretare che un calciatore sia diventato improvvisamente scarso esiste ancora una differenza.
Almeno fino alla prossima partita.




