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Fenerbahce-Roma, ma quale braccino: questa è una squadra europea

fenerbahce roma

Personalità, temperamento e soprattutto l’atteggiamento giusto per giocare in Europa. La Roma torna da Istanbul con un punto che probabilmente non cambierà le gerarchie della Champions League, perché le grandi favorite per arrivare fino in fondo sono altre, ma lascia il campo del Fenerbahce avendo fatto esattamente quello che ci si aspettava: giocare la propria partita senza paura, accettare i momenti di difficoltà e provare a vincerla fino all’ultimo.

Per questo appare difficile condividere alcune letture secondo cui, a un certo punto, sarebbe subentrato il famoso “braccino”. Quella di Gasperini è sembrata piuttosto la gestione naturale di una partita intensa, fatta da un allenatore che da bordocampo può valutare chi abbia ancora benzina nelle gambe e chi invece cominci ad avere il fiato corto. Gestire le energie non significa necessariamente accontentarsi, soprattutto quando il comportamento della squadra racconta esattamente il contrario.

Se hai paura, dopo Malen fai le barricate

La controprova è abbastanza semplice. Se la Roma avesse realmente deciso di difendere il pareggio, dopo il cambio di Malen avrebbe abbassato il blocco, protetto maggiormente la propria area, aggiunto uomini dietro la linea del pallone e provato a trascinare il risultato fino al novantesimo. È successo l’opposto: la squadra ha continuato ad alzare il proprio baricentro, cercando di recuperare il pallone sempre più avanti e mantenendo un atteggiamento aggressivo anche senza il suo riferimento offensivo principale.

Si può naturalmente discutere una sostituzione, pensare che Malen dovesse rimanere in campo oppure che un cambio differente avrebbe potuto aumentare le possibilità di trovare il gol della vittoria. Più difficile è sostenere che quella scelta rappresentasse la volontà di Gasperini di firmare il pareggio, perché tatticamente la Roma ha continuato a comportarsi come una squadra che quella partita voleva provare a vincerla.

Ed è forse questo l’aspetto più confortante della serata di Istanbul. La Roma non possiede ancora la qualità individuale delle principali candidate alla vittoria della Champions e nessuno può ragionevolmente chiederle di averla, ma può ridurre parte di quella distanza attraverso organizzazione, intensità e capacità di interpretare anche le partite nelle quali non è possibile dominare per novanta minuti.

Un punto a Istanbul non è un’occasione persa

C’è poi un altro equivoco da evitare: considerare automaticamente due punti persi qualsiasi pareggio contro una squadra che non appartenga alla primissima fascia europea. Fare un punto in Turchia contro il Fenerbahce non era affatto scontato, soprattutto all’esordio e dentro un ambiente del genere, e il valore di questo risultato andrà inevitabilmente misurato alla fine del percorso.

Il vero obiettivo della Roma deve essere quello di costruire la propria classifica nelle partite nelle quali parte favorita. Sporting, Lille, Slovan Bratislava e AEK Atene rappresenteranno in questo senso appuntamenti fondamentali: sarà soprattutto lì che bisognerà fare il proprio dovere e mettere insieme i punti necessari per garantirsi almeno l’accesso ai playoff. Tutto ciò che arriverà nelle trasferte più complicate o contro avversari teoricamente superiori potrà invece modificare in meglio la dimensione della campagna europea.

Ambire direttamente alle prime otto posizioni è legittimo e provarci sarà doveroso finché la classifica lo consentirà, ma sarebbe altrettanto sbagliato trasformare ogni serata di Champions in un esame definitivo sulla competitività della Roma. Soprattutto dopo una trasferta nella quale la squadra non si è limitata a sopravvivere, ma ha continuato a cercare la vittoria anche quando la stanchezza avrebbe suggerito una gestione molto più conservativa.

Istanbul lascia quindi una prima indicazione positiva. Le favorite sono altre, la strada è ancora lunghissima e un pareggio alla prima giornata non autorizza voli pindarici, ma la Roma ha fatto ciò che doveva fare e lo ha fatto provandoci fino all’ultimo.

Chiamarlo braccino sarebbe probabilmente il modo più semplice di leggere quello che è successo. Ma anche quello meno aderente a ciò che si è visto in campo.

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