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De Roon divide Roma, tra vecchie ruggini e nuove esigenze

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C’è una domanda che la Roma, prima ancora del mercato, dovrebbe rivolgere a se stessa e alla propria tifoseria: quanto pesa il passato quando in gioco c’è il futuro? Perché Marten De Roon non è un acquisto neutro, non è uno di quei giocatori che arrivano nella Capitale accolti dalla curiosità o dall’entusiasmo. È un calciatore che, per anni, ha rappresentato quasi l’altra faccia delle notti europee della Roma. Rotterdam, il Feyenoord, le provocazioni social, quel legame mai nascosto con una tifoseria che i romanisti hanno imparato a detestare affrontandola tre volte nel giro di due stagioni, sempre uscendo vincitori tra Conference League ed Europa League.

È normale, quindi, che la piazza sia divisa. Sarebbe persino strano il contrario. Il tifoso vive di memoria, di simboli, di rivalità, e De Roon ne ha alimentata più di una con le sue dichiarazioni e con quei gesti che, all’epoca, fecero infuriare il popolo giallorosso. Pretendere che tutto venga cancellato nel momento in cui firma un contratto con la Roma significherebbe non comprendere la natura stessa del tifo.

Eppure esiste un momento in cui bisogna avere il coraggio di mettere da parte l’orgoglio e fare un ragionamento più freddo. Perché la domanda decisiva non è se De Roon sia simpatico ai romanisti. La domanda è un’altra: può rendere la Roma più vicina alla vittoria?

Gasperini non compra solo un centrocampista, compra un interprete

Nel calcio moderno si tende spesso a valutare un acquisto esclusivamente attraverso la carta d’identità. Trentacinque anni, quindi automaticamente declino. È un ragionamento comprensibile, ma profondamente incompleto. Perché De Roon non arriva a Trigoria come un veterano chiamato a fare spogliatoio o a disputare qualche partita di rotazione. Arriva come il centrocampista che, più di ogni altro, conosce il calcio di Gian Piero Gasperini dall’interno.

Per quasi un decennio è stato uno degli uomini attraverso i quali l’allenatore ha costruito l’identità dell’Atalanta. Non soltanto un mediano, ma una sorta di estensione tattica dell’allenatore sul terreno di gioco. Sa quando rompere la linea per andare uomo contro uomo, quando accorciare sulle seconde palle, quando sacrificarsi per coprire la salita dei quinti e quando rallentare un’azione avversaria con un fallo intelligente prima che diventi pericolosa. Sono automatismi che non si insegnano in un ritiro estivo e che spesso richiedono mesi di adattamento anche ai giocatori più forti.

Per questo De Roon rappresenta qualcosa di diverso rispetto a un semplice acquisto d’esperienza. Rappresenta un acceleratore del progetto Gasperini. In una squadra che vuole cambiare pelle, avere in campo qualcuno capace di trasmettere immediatamente tempi e distanze ai compagni può valere quasi quanto un grande investimento economico.

El Aynaoui perde il posto, ma la Roma guadagna davvero?

Ed è qui che il dibattito diventa interessante. Perché la tentazione è quella di ridurre tutto a un confronto diretto: esce Neil El Aynaoui, entra Marten De Roon. Chi ci guadagna? La risposta, probabilmente, è meno netta di quanto sembri.

Se il parametro è il valore patrimoniale, il potenziale e la prospettiva, allora la Roma perde inevitabilmente qualcosa. El Aynaoui è un centrocampista ancora nel pieno della crescita, con margini atletici importanti e la possibilità di diventare un giocatore di livello europeo. Cederlo significa rinunciare a un patrimonio tecnico che, tra qualche anno, potrebbe valere molto più dell’investimento iniziale.

Ma il calcio non vive soltanto di prospettive. Vive soprattutto di contesto. E nel contesto della Roma di Gasperini il marocchino, nonostante le qualità, non era mai riuscito a diventare una pedina realmente imprescindibile. Le sue prestazioni sono state spesso positive, ma raramente decisive, e soprattutto non è mai sembrato completamente integrato nei meccanismi richiesti dal nuovo allenatore.

De Roon offre invece una certezza immediata. Non deve imparare il sistema, non deve interpretarlo, non deve adattarsi. Lo conosce già. È un vantaggio enorme per una squadra che non può permettersi un anno di transizione se vuole competere contemporaneamente in campionato e in Champions League.

Per questo motivo il centrocampo, nell’immediato, può anche migliorare. Non perché De Roon sia oggi un giocatore più forte di El Aynaoui in assoluto, ma perché è infinitamente più funzionale alla squadra che Gasperini ha in mente.

Il vero problema non è la qualità. È la quantità.

C’è però un rischio che rischia di passare quasi inosservato dentro il dibattito emotivo sulla figura di De Roon. Se il mercato della Roma dovesse davvero fermarsi qui, il centrocampo resterebbe composto da appena quattro elementi: Manu Koné, Bryan Cristante, Niccolò Pisilli e Marten De Roon. Sulla carta sembrano sufficienti. Nella realtà di una stagione da oltre cinquanta partite rappresentano una coperta pericolosamente corta.

Due posti in mezzo significano rotazioni continue, squalifiche, inevitabili infortuni e momenti di flessione. Basta una settimana con Champions e campionato per ritrovarsi improvvisamente senza alternative credibili. E se uno dei quattro ha 35 anni, la gestione delle energie diventa un’esigenza ancora più evidente.

Koné è il centrocampista che rompe le linee con il pallone e cambia ritmo alla partita. Cristante resta il giocatore dell’equilibrio posizionale e della costruzione bassa. Pisilli aggiunge inserimenti, corsa e quella freschezza che lo rende diverso dagli altri. De Roon completa il reparto con letture difensive, leadership e conoscenza tattica. Sono quattro profili complementari. Ma sono soltanto quattro ed è qui che nasce la sensazione che la Roma abbia risolto un problema senza aver ancora completato davvero il reparto.

Rios cambierebbe completamente il giudizio sul mercato

Se De Roon rappresenta il presente, Richard Rios, tornato di moda nelle ultime ore, potrebbe rappresentare il ponte tra presente e futuro. Non tanto perché sia un giocatore migliore dell’olandese, quanto perché aggiungerebbe al centrocampo una caratteristica oggi quasi esclusiva di Koné: la capacità di trasportare il pallone in conduzione, vincere duelli fisici e trasformare una riconquista in un’azione offensiva nel giro di pochi secondi.

Con Rios il centrocampo smetterebbe di essere numericamente al limite e diventerebbe finalmente profondo. Gasperini potrebbe scegliere le coppie in funzione dell’avversario, alternando fisicità, palleggio, aggressività e gestione delle energie senza dover spremere sempre gli stessi uomini.

Koné-Rios per dominare atleticamente una partita. Cristante-De Roon quando serve controllo e posizione. Pisilli accanto a uno dei veterani per aumentare pressione e inserimenti. Sarebbe la prima volta, dopo molto tempo, che la Roma avrebbe realmente cinque centrocampisti da rotazione e non semplicemente cinque nomi in rosa. È questa la differenza tra un mercato sufficiente e un mercato da squadra che vuole davvero arrivare fino in fondo.

Il bene comune vale più delle vecchie ruggini

Alla fine tutto torna alla domanda iniziale. De Roon merita la diffidenza della piazza? Probabilmente sì, perché il suo passato non può essere cancellato con un colpo di spugna. Ma una volta indossata la maglia della Roma il giudizio deve inevitabilmente spostarsi dal piano emotivo a quello sportivo. I tifosi non sono chiamati ad amarlo. Sono chiamati a valutare se possa essere utile alla causa.

E la sensazione è che, paradossalmente, proprio uno dei personaggi più invisi degli ultimi anni possa diventare uno dei soldati più preziosi del nuovo ciclo di Gasperini. A volte il calcio è anche questo: trasformare un avversario detestato in un alleato indispensabile.

La vera responsabilità della Roma, però, sarà non fermarsi a metà strada. Perché De Roon può rendere migliore il presente. Ma se l’obiettivo dichiarato è arrivare finalmente a dama, allora il centrocampo ha ancora bisogno di un ultimo tassello. Quel tassello, oggi, ha il nome di Richard Rios.


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