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L’esilio di Svilar e il doppiopesismo della FIFA: quando le Nazionali diventano Club (ma con i cavilli)

svilar chelsea

Il calcio moderno ci ha abituati a tutto. Ci ha abituati a vedere confini sempre più sfumati, passaporti geometrici e alberi genealogici setacciati fino al terzo grado di parentela pur di scovare un nonno utile a giustificare una convocazione. Oggi, se nasci a Londra puoi tranquillamente diventare l’idolo di Parigi, e le nazionali, piaccia o meno ai romantici del pallone, somigliano sempre di più a dei club: si sceglie la maglia in base alla convenienza, al minutaggio o alla vetrina commerciale.

Il caso più emblematico di questa totale deregulation calcistica globale è rappresentato dal binomio tra Francia e Marocco. Da una parte abbiamo la Francia, diventata una vera e propria accademia planetaria che esporta talenti cresciuti nei propri vivai verso altre sponde. Dall’altra c’è il Marocco, una nazionale fortissima che si presenta ai Mondiali 2026 assemblando una rosa composta per oltre la metà da calciatori nati e cresciuti interamente all’estero. Ragazzi che hanno beneficiato dei soldi, delle strutture e della formazione giovanile di federazioni calcistiche europee (soprattutto francesi, olandesi e spagnole) e che poi, davanti alla troppa concorrenza o per una scelta di comodo professionale, decidono di “cambiare bandiera” per garantirsi la vetrina del torneo più importante del mondo.

In questo contesto in cui le frontiere sembrano non esistere più, la FIFA si dimostra straordinariamente generosa e accomodante con chi pianifica lo “switch” di maglia per puro calcolo geopolitico o di convenienza. Ma proprio mentre assistiamo a questa sorta di “All-Star” di talenti scambiati tra nazioni, la macchina si inceppa e mostra il suo volto più ipocrita. E a farne le spese è Svilar, uno dei portieri più forti d’Europa, costretto a guardare le partite dal divano di casa.

La storia di Mile è il monumento definitivo al doppio pesismo burocratico della federazione internazionale. Nato e cresciuto in Belgio, dopo una trafila infinita nelle nazionali giovanili dei Diavoli Rossi, Svilar accetta la chiamata della Serbia – spinto dalle radici paterne – esordendo il 1° settembre 2021. Si gioca un’amichevole estiva e del tutto irrilevante contro il Qatar: entra, gioca appena 45 minuti e poi esce. Quei quarantacinque minuti si sono trasformati in una sentenza di condanna a vita. Un esilio internazionale in piena regola.

Quando Svilar esplode a Roma e capisce che il suo futuro tecnico e sentimentale è nel Belgio, la FIFA alza un muro insormontabile per via di un cavillo da avvocati di altissimo livello. Il regolamento flessibile introdotto nel 2020 permette sì il cambio di casacca, a patto però che l’esordio con la prima nazionale sia avvenuto prima dei 21 anni. Il giorno di quella maledetta amichevole col Qatar, Svilar aveva 22 anni compiuti da appena quattro giorni. Quattro giorni.

Qui crolla ogni impalcatura logica. La FIFA che chiude un occhio (e spesso entrambi) davanti a migrazioni di massa di calciatori da un continente all’altro, si scopre improvvisamente spietata e inflessibile di fronte a un banale errore temporale. Un’amichevole estiva, un test che per i club non ha alcun valore legale, diventa un vincolo indissolubile, un contratto a vita che cancella il diritto di un atleta di scegliere la propria rappresentanza sportiva.

Il verdetto finale di questa assurda vicenda non punisce solo Svilar, ma impoverisce lo spettacolo stesso del calcio. Ci troviamo di fronte a un sistema schizofrenico: da un lato assistiamo al paradosso di nazionali pronte a vincere i Mondiali raccogliendo i frutti seminati da altri vivai, dall’altro si trasforma un ragazzo di ventidue anni in un “apolide del pallone” per una manciata di ore di ritardo sulla carta d’identità. Se le nazionali devono davvero diventare come i club, che lo siano fino in fondo, libere da vincoli legali che sanno solo di punizione esemplare. Altrimenti, si torni al romanticismo delle origini e si giochi solo dove si è nati. Le vie di mezzo burocratiche servono solo a blindare i giochi di potere della FIFA, lasciando a casa i talenti più puri.

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