La pubalgia di Matias Soulé continua a rappresentare una delle principali spine nel fianco della Roma. Un problema tanto diffuso quanto complesso, che raramente si risolve con una semplice fase di potenziamento muscolare. Sul tema, il Corriere dello Sport ha raccolto il punto di vista di Fabio Conta, fisioterapista e osteopata che in passato ha seguito Vincenzo Montella, riuscendo a rendere gestibile una condizione che per l’Aeroplanino era diventata cronica.
Il quadro che emerge è chiaro: non basta “rinforzare”. «Spesso il problema non è la forza, ma il controllo neuromuscolare», spiega Conta, sottolineando come anche atleti di altissimo livello possano perdere precisione nei meccanismi di coordinazione. «Il timing tra addominali, adduttori e bacino non è più ottimale e il sistema diventa meno efficiente, più disordinato. È come se si alterasse la centralina».
In questo contesto, caricare ulteriormente un corpo che non controlla bene il movimento rischia di peggiorare la situazione. «Il carico che si aggiunge a un sistema che non controlla bene il movimento può rinforzare l’errore», avverte il fisioterapista, sintetizzando una filosofia che ribalta molti luoghi comuni sulla riabilitazione.
Perché la palestra da sola non basta
Le linee guida indicano il rinforzo muscolare come passaggio necessario, ma non sufficiente. «Dire che la pubalgia si risolve con la sola palestra è riduttivo», chiarisce Conta. «L’esercizio terapeutico resta il cardine del trattamento, ma il dolore è causato soprattutto da un’incapacità di gestire il corpo. La potenza è nulla senza controllo».
Il lavoro quotidiano, quindi, non è fatto solo di massaggi o manipolazioni. «Utilizzo stimolazioni che prevedono la partecipazione attiva del paziente, con esercizi sul lettino che richiamano il sistema nervoso ad allenare la coordinazione. Una gamba spinge da una parte e una dall’altra, per simulare gesti specifici di gioco».
Un percorso che procede per gradi: «Questi esercizi diventano sempre più complessi man mano che si va avanti, con maggiore qualità. È come se aprissimo una finestra terapeutica».
Soulé e il rischio di esporsi troppo
Il fatto che l’argentino non si sia mai realmente fermato è un elemento da considerare. «Se hai una zona deficitaria e non hai modo di proteggerla facendo allenamenti specifici, è normale essere più esposti», sottolinea Conta. Da qui l’idea che, in certi momenti, rallentare possa essere una scelta necessaria: «Può succedere quando l’atleta non riesce a gestire bene i carichi di lavoro».
Sui tempi di recupero, nessuna promessa miracolosa. «Dipende dalla gravità. Con un trattamento conservativo in due-tre mesi si passa dal dolore alla gestione». La parola chiave resta proprio questa: gestione, più che guarigione definitiva.
Il precedente Montella
Quando Conta iniziò a lavorare con Vincenzo Montella, il quadro era pesante. «La sera dopo la partita non riusciva nemmeno a sedersi», ricorda. Con il tempo, però, la situazione cambiò. «Con lui queste finestre terapeutiche diventavano sempre più ampie. Non c’era più bisogno di essere così assidui nel lavoro di stimolazione neuromuscolare».
Il risultato? «Tenevamo la pubalgia sotto controllo e con due sedute a settimana mantenevamo l’abilità di controllare bene la zona del pube mediante l’esercizio fisico».
Una strada lunga, fatta di pazienza e metodo, ma che può rappresentare anche per Soulé un percorso possibile. A patto di accettare che, talvolta, fermarsi è parte della cura.







