Ai microfoni di Tele Radio Stereo è intervenuto Maurizio Setti, ex presidente del Verona e dirigente che per primo ha affidato a Tony D’Amico il ruolo di direttore sportivo. L’ex patron gialloblù ha raccontato la nascita del loro rapporto professionale, soffermandosi sulle qualità del dirigente che sembra ormai destinato a diventare il nuovo ds della Roma.
Come nacque la scelta di affidare a D’Amico il ruolo di direttore sportivo?
“Accadde quando il Verona era appena retrocesso in Serie B. Avevo in mente un direttore sportivo esperto, già affermato, che però alla fine non arrivò. A quel punto mi sedetti con Tony e ci guardammo negli occhi. Lui mi disse: ‘Io ci sto, ma lei deve starmi vicino’. Così abbiamo iniziato un percorso insieme. Io entrai maggiormente nel merito delle scelte tecniche e da lì nacque un’avventura che ci ha regalato anni splendidi, risultati importanti e grandi soddisfazioni.
Quando poi arrivò la chiamata dell’Atalanta, non ho voluto ostacolarlo. Credo che quando una persona giovane, ambiziosa e di qualità riceve un’opportunità di crescita, sia giusto trovare una soluzione. Fa parte del ruolo di un proprietario saper valorizzare e poi sostituire i propri collaboratori”.
Quali sono le principali qualità di D’Amico?
“Tony è stato uno dei protagonisti della rinascita del Verona. La sua caratteristica principale è sempre stata quella di essere un lavoratore instancabile, sempre dietro le quinte e sempre sul campo. Ama osservare gli allenamenti, studiare i dettagli, capire le persone che ha di fronte e rapportarsi nel modo giusto con tutti.
Ha svolto molto bene il ruolo di collegamento tra proprietà e area tecnica all’Atalanta e credo che questo sarà un vantaggio enorme anche per la Roma. Inoltre non ama apparire: non cerca i riflettori, non ha la presunzione di stare sui giornali o di fare interviste. È uno che preferisce lavorare.
Nel corso degli anni ha ampliato enormemente le proprie conoscenze nel mondo dei procuratori e dei mercati internazionali. È un professionista preparato e, soprattutto, non è influenzabile. Ama stare lontano dal clamore mediatico e questo nel calcio moderno è un pregio”.
C’è qualche aspetto a cui dovrà prestare attenzione a Roma?
“L’unica vera difficoltà sarà l’ambiente romano. Non serve che lo dica io: fare calcio a Roma è complicatissimo. Ci sono tantissime influenze, positive e negative. Roma è una piazza straordinaria ma molto particolare.
Io ho sempre detto una cosa provocatoria: se la Roma fosse a Milano avrebbe vinto trenta scudetti. Ha un pubblico incredibile, un impatto mondiale e una forza che poche società possono vantare. Per questo è difficile capire come non riesca a vincere di più.
Forse adesso ci sono le condizioni giuste: un allenatore di qualità come Gasperini, un direttore sportivo preparato come D’Amico e una proprietà che magari ha intenzione di fare un ulteriore salto di qualità”.
D’Amico è pronto a ricoprire un ruolo così importante in una struttura diversa da Verona e Atalanta?
“Parliamo di una persona che ormai ha accumulato otto-dieci anni di esperienza da direttore sportivo. Sul piano tecnico e nella scelta dei giocatori non ha alcun problema.
Piuttosto credo che la Roma, da tempo, abbia bisogno di figure dirigenziali forti, persone che vivano il calcio quotidianamente e che abbiano un obiettivo chiaro: ottenere risultati. Questo è un tema che esiste da anni e non riguarda soltanto l’arrivo di D’Amico.
Naturalmente nessuno può fare tutto da solo. Oltre al lavoro sul campo servono strutture societarie solide, rapporti istituzionali, gestione delle relazioni con agenti e procuratori. Mi auguro che la Roma abbia pensato anche a questo”.
Nel calcio il carattere forte può essere un problema?
“Assolutamente no. Il calcio è fatto per persone quasi ossessionate da questo lavoro. Bisogna vivere di calcio dalla mattina alla sera. A Verona avevamo una catena cortissima composta da tre persone completamente focalizzate sul raggiungimento dell’obiettivo. Questa mentalità ci ha permesso di conquistare tante salvezze. Quando quell’intesa è venuta meno, i risultati ne hanno risentito”.
Un presidente distante può rappresentare un limite?
“Dal mio punto di vista sì, a meno che non esista una figura intermedia con pieni poteri. Se il proprietario delega completamente a dirigenti di fiducia e li sostiene, il modello può funzionare molto bene.
Nella mia esperienza, quando manca un punto di riferimento quotidiano, diventa difficile garantire continuità e stabilità. Poi ogni realtà è diversa, ma una società forte ha sempre bisogno di una leadership chiara”.
La Roma può davvero lottare per lo scudetto?
“Napoli e Inter restano le squadre più avanti, mentre Milan e Juventus stanno attraversando un momento complicato. Molto dipenderà dal mercato.
Conosco Gasperini: lui chiederà giocatori funzionali al suo calcio offensivo. Se verranno inseriti i tasselli giusti e se D’Amico riuscirà a fare quello che ha già dimostrato di saper fare, la Roma può diventare la vera outsider del campionato.
Per vincere uno scudetto servono anche episodi favorevoli e un pizzico di magia. Se questa magia dovesse arrivare, sarei felice che accadesse proprio a Roma. Tony è un po’ una mia creatura professionale e sarebbe una grande soddisfazione vederlo trionfare nella Capitale”.






