Roma-Juventus non è mai stata soltanto una partita. È stata – e continua a essere – una questione di incroci, di mercato, di scelte che hanno lasciato cicatrici. Una rivalità alimentata negli anni non solo dalle sfide sul campo, ma da trasferimenti che hanno acceso polemiche e diviso tifoserie.
Le radici affondano lontano. Nell’estate del 1970 la Roma fu costretta a cessioni dolorose per esigenze economiche, tra cui Capello, Spinosi e Landini. Non erano ancora “sgarbi” nel senso moderno del termine, ma segnarono uno dei primi momenti in cui la fragilità finanziaria giallorossa si scontrava con l’ambizione di restare competitiva.
Poi arrivarono i passaggi che hanno davvero alimentato la tensione tra le due sponde. Zibi Boniek, dopo esser stato “scippato” dalla Juve alla Roma nei primi anni Ottanta (aveva già visitato Trigoria a seguito di un amichevole tra Roma e Polonia organizzata appositamente) fece il percorso inverso nel 1985, mentre nell’estate 2004 la ferita si aprì nella direzione opposta: Jonathan Zebina a parametro zero ed Emerson, dopo una trattativa logorante vinta dai bianconeri a suon di certificati medici e “depressioni” mai del tutto chiarite, lasciarono Trigoria per vestire il bianconero. Fu uno dei momenti più duri per l’ambiente romanista, che visse quell’addio come un tradimento sportivo.
Gli anni Novanta e Duemila hanno moltiplicato gli incroci. Angelo Peruzzi passò dalla Roma alla Juventus nel 1991, mentre Thomas Häessler fece il percorso inverso. Miralem Pjanic, Mirko Vucinic e Wojciech Szczesny sono stati protagonisti del viaggio da Trigoria a Torino. Paulo Dybala e Matias Soulé hanno invece fatto il percorso contrario, riportando equilibrio simbolico in una rivalità spesso sbilanciata sul piano del potere contrattuale.
E poi ci sono i casi che hanno lasciato strascichi dirigenziali. Paulo Sousa sembrava destinato alla Roma insieme a Ciro Ferrara e Didier Deschamps nel 1994, ma finì alla Juventus, con Franco Sensi che ruppe con Luciano Moggi, poi approdato proprio a Torino con tutto il pacchetto che fece grande la Juventus della “triade”.
Nel 2001 fu Antonio Cassano a diventare terreno di scontro: la Roma lo strappò alla concorrenza bianconera investendo 50 miliardi e inserendo la comproprietà di Gaetano D’Agostino. Nel 2014, invece, furono Radja Nainggolan e Juan Iturbe ad accendere la contesa, con la Roma capace di anticipare la Juventus sul tempo.
Ogni epoca ha avuto il suo “sgarbo”, ogni generazione il suo simbolo. Ecco perché Roma-Juve non è mai neutra: è una partita che si porta dietro memoria, orgoglio, rivincite mancate e colpi riusciti. Domenica sarà un’altra sfida di campionato, ma dentro quei novanta minuti ci sarà sempre qualcosa che va oltre il campo.







