C’è un filo che lega tutti gli ultimi anni della Roma ed è un filo invisibile, ma resistente: l’instabilità. Non quella dei risultati, clamorosamente costanti nell’essere mediocri in campionato e avvincenti nelle coppe, ma quella strutturale, più profonda, che riguarda chi decide, come si decide e soprattutto chi ha davvero l’ultima parola.
Da quando i Friedkin hanno preso il controllo del club, la Roma non è mai riuscita a definire un modello chiaro. Ha oscillato tra visioni diverse, tra figure dirigenziali che si sono sovrapposte, alternate, in alcuni casi anche contraddette. E dentro questo continuo movimento, l’anello più esposto è sempre stato lo stesso: l’allenatore.
Allenatori forti, sistema fragile
Mourinho è stato il primo a reggere il peso di questa instabilità. Non era solo un tecnico, era un contenitore. Di pressioni, di aspettative, di tensioni. Ha dato alla Roma una dimensione europea, una coppa europea e una finale l’anno successivo, con una leadership che andava oltre il campo. Ma proprio perché era così centrale, nel momento in cui la struttura attorno ha iniziato a scricchiolare, è diventato anche il primo a essere sacrificato.
Dopo di lui, la scelta di De Rossi sembrava andare in una direzione opposta, più emotiva, più identitaria. Un tentativo di riportare la Roma dentro sé stessa, di ricostruire partendo da un simbolo e soprattutto (non prendiamoci in giro) la necessità di attenuare la rabbia di un popolo che aveva perso il suo condottiero Mourinho. Anche lì, però, il tempo è stato corto e il contesto troppo instabile per permettere una crescita reale.


Nel mezzo, anche figure come Ivan Juric hanno rappresentato più un passaggio che un progetto, quasi la fotografia di una ricerca continua, mai davvero risolta, di un’identità tecnica coerente con quella dirigenziale. Il risultato è stato sempre lo stesso: allenatori diversi, ma tutti finiti dentro lo stesso meccanismo, quello di una Roma che cambia più velocemente di quanto riesca a costruire.
Dirigenti che cambiano, direzione che manca
Il problema, però, non è mai stato davvero in panchina. È sempre stato sopra. Tiago Pinto ha rappresentato la prima fase, quella dell’accentramento. Un uomo solo al comando dell’area sportiva, capace di gestire tutto, dal mercato ai rapporti interni. Con lui la Roma ha avuto una linea, discutibile o meno, ma chiara.
Poi quella linea si è spezzata. L’ingresso di figure diverse come Lina Soulouku che doveva essere amministrativa salvo poi virare e incidere anche sulle decisioni tecniche, il nuovo cambio di assetto e l’arrivo di un direttore sportivo come Florent Ghisolfi e l’affiancamento di un senior advisor come Claudio Ranieri hanno riportato il club in una dimensione più frammentata. La Roma è diventata una città stato con più teste, più visioni, meno sintesi, meno reattività e meno tempestività decisionale.
Dentro questo contesto si inserisce anche Frederic Massara, il cui percorso (a meno di clamorosi ripensamenti) è stato breve ma significativo, perché rappresenta perfettamente la difficoltà della Roma nel dare continuità alle proprie scelte. Il punto non è quanti dirigenti si siano alternati, ma il fatto che ognuno abbia portato un’idea diversa senza che ci fosse mai una vera regìa a coordinarle.
Stavolta cambia tutto
La novità, oggi, è che per la prima volta questo schema si è rotto. Non è stato l’allenatore a cedere, ad essere risucchiato. È stato il sistema attorno a lui. Gasperini ha resistito allo scontro, ha portato la società davanti a una scelta e quella scelta è stata fatta. Dalla sua parte.

Le uscite, le dimissioni, i cambiamenti che stanno maturando in queste ore raccontano una verità semplice: la Roma ha deciso di ripartire da un uomo forte in panchina, non più da un equilibrio fragile tra più centri di potere. È un (ennesimo) ribaltamento netto rispetto agli ultimi anni.
Una svolta che va confermata
Resta da capire se sia davvero un nuovo inizio o soltanto l’ennesimo giro di giostra. Perché la Roma, negli ultimi anni, ha dimostrato di saper cambiare rapidamente, ma non sempre di saper costruire. Se questa volta la scelta sarà coerente, se la struttura verrà modellata intorno all’allenatore e non il contrario, allora la “vittoria” di Gasperini potrà diventare qualcosa di più di un episodio. Altrimenti il rischio è già scritto. E la storia, a Trigoria, insegna che tende a ripetersi.






