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Roma, il giorno della marmotta: se salta anche Gasperini, il problema è altrove

roma friedkin credibilità

C’è una frase che pesa più delle altre in tutta questa storia. Non è una ricostruzione, non è una voce, non è un retroscena: è uno sfogo pubblico, diretto, senza filtro. Claudio Ranieri che, a pochi minuti da Roma-Pisa, lascia scivolare via quella verità che fino a quel momento era stata solo una sensazione — Gasperini era la quarta scelta. Una frase che non è solo una crepa, ma una frattura vera, strutturale, perché quando delegittimi il tuo allenatore in quel modo, e soprattutto in quel momento, non stai solo raccontando il passato: stai minando il presente, e inevitabilmente anche il futuro.

Il loop infinito della Roma dei Friedkin

E allora la domanda diventa inevitabile per chi osserva questa Roma con un minimo di memoria storica: davvero si vuole ricominciare da capo ancora una volta? Perché da quando sono arrivati i Friedkin, nel 2021, la Roma ha cambiato sei allenatori. Sei. Un numero che da solo racconta una storia di instabilità cronica, di progettualità mai realmente consolidata, di scelte scellerate (Juric), di cicli interrotti prima ancora di poter essere giudicati fino in fondo (De Rossi) e di toppe (Ranieri). E oggi, con Gasperini già in bilico, la sensazione è quella di essere finiti dentro un loop narrativo sempre uguale a sé stesso, in cui cambiano i protagonisti ma la trama resta identica, ripetitiva, quasi logorante.

Un po’ come in Ricomincio da capo, con Bill Murray intrappolato a rivivere lo stesso giorno all’infinito, costretto a fare i conti con sé stesso fino a trovare una via d’uscita. Solo che lì, a un certo punto, arriva una presa di coscienza, un’evoluzione, una crescita. Qui invece sembra che nessuno impari davvero mai nulla, come se ogni volta si ripartisse da zero senza portarsi dietro gli errori precedenti, senza trasformarli in esperienza. E il paradosso diventa ancora più evidente se pensiamo che i Friedkin, di mestiere, fanno proprio cinema: producono storie, costruiscono narrazioni. Ma quella della Roma, ormai, rischia di essere una replica continua, senza mai arrivare al finale giusto.

Gasperini non è il problema, ma il test

Dentro questo contesto, Gasperini diventa quasi un pretesto più che un problema. Si può discutere il suo calcio, le sue scelte, il suo carattere, persino i risultati, ma c’è un dato che resta lì, difficile da ignorare: la Roma, nonostante le assenze, è a tre punti dalla Juventus e quindi dalla zona Champions, ed è a un solo punto dal Como.

In altre parole, sta overperformando rispetto al contesto, rispetto alle difficoltà, rispetto anche alle aspettative di inizio stagione. Questo non significa che tutto funzioni, ma significa che il problema non è (solo) tecnico. Qui siamo davanti a uno scontro di visioni, tra Gasperini e Ranieri, soprattutto sul mercato e sulla percezione di Massara, su come costruire e far crescere questa squadra.

Eppure, tutto questo non dovrebbe sorprendere nessuno. Perché quando scegli Gasperini — che sia prima o quarta scelta cambia poco — sai perfettamente a cosa vai incontro: un allenatore esigente, spigoloso, che pretende coerenza tra ciò che chiede e ciò che gli viene messo a disposizione. E il primo a saperlo era proprio Ranieri, che a luglio, in fase di presentazione, aveva chiesto pazienza alla piazza, aveva invitato tutti a stare vicino all’allenatore e ai giocatori, arrivando a dire una frase che oggi suona quasi come un boomerang: “Non sarete contenti quando arriverà, ma lo rimpiangerete quando se ne andrà”.

Credibilità o ennesimo reset

Ed è proprio qui che il cortocircuito diventa evidente, quasi inevitabile. Perché l’unico che, alla fine, non ha tenuto quella linea è stato lui stesso. Quello sfogo, arrivato cinque minuti prima di una partita delicata, con sei gare ancora da giocare e un obiettivo concreto lì, a portata di mano, non è stato solo fuori tempo, ma completamente decontestualizzato, quasi inspiegabile nella sua tempistica e in una forma totalmente avulsa dal personaggio Ranieri che abbiamo imparato a conoscere in tanti anni. Sa di tappo di champagne che salta all’improvviso, di goccia cinese che a un certo punto fa cedere tutto, ma proprio per questo lascia dietro di sé più domande che risposte, più danni che chiarimenti.

E allora il tema si allarga, va oltre Gasperini, oltre Ranieri, oltre la singola stagione. Perché qui si entra nel campo della credibilità, che nel calcio moderno è tutto. Dopo il biennio di Mourinho, se in meno di due anni cambi De Rossi, Juric, Ranieri e poi anche Gasperini, l’etichetta diventa inevitabile: una società mangia-allenatori, incapace di dare continuità a qualsiasi progetto. E una società percepita così perde attrattività, perde forza contrattuale, perde identità. Può anche permettersi di sbagliare una scelta, ma non può permettersi di sembrare una società che non sa cosa vuole essere.

Per questo, oggi, tenere Gasperini non è una scelta romantica né una presa di posizione ideologica. È, paradossalmente, la scelta più razionale. Perché per la prima volta dopo tanto tempo, la Roma ha davanti un bivio vero: continuare a girare in tondo, ripetendo gli stessi errori, oppure fermarsi e provare finalmente a costruire qualcosa che duri davvero. Come nel film, solo che qui non esiste un reset automatico il giorno dopo. E se non si impara da questo giro, il rischio è che questo maledetto… giorno della marmotta non finisca mai.

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