La trasformazione della Roma nel corso della stagione è tutta racchiusa nei numeri. Nel girone d’andata la squadra di Gian Piero Gasperini aveva costruito le proprie ambizioni su una solidità difensiva quasi inattaccabile, con appena 12 gol subiti in 19 partite e una media da primato. Nel ritorno, invece, la struttura si è sgretolata: 16 reti incassate in 12 gare, oltre il doppio della media precedente. Un’inversione netta che ha cambiato completamente la percezione della squadra e ne ha rallentato la corsa verso la Champions.
La prima lettura porta a guardare la linea difensiva, ma i protagonisti sono rimasti sostanzialmente gli stessi. Mancini e Ndicka hanno continuato a essere i punti fermi, con Hermoso a completare le rotazioni. Ghilardi ha provato in qualche modo a insidiare lo spagnolo con prestazioni di buon livello che hanno fatto pensare anche a una sua possibile titolarità ma il Gasp, appena tornato l’ex Atletico dall’infortunio, ha scelto di rimetterlo in naftalina a far compagnia a Ziolkowski.
Il sistema si è sbilanciato: meno protezione e più rischi
La chiave del cambiamento va cercata più avanti, nella struttura complessiva della squadra. Il centrocampo ha progressivamente perso capacità di filtro: Cristante e Koné hanno continuato a garantire intensità e pressione fin quando ne hanno avuto ma con il passare delle settimane le distanze si sono allungate e le coperture sono diventate meno efficaci.
Il risultato è stato un aumento delle situazioni di transizione difensiva, spesso letali. In tutto questo dalla Coppa d’Africa è tornato il fratello di El Aynaoui e Pisilli ha sì scalato gerarchie, ma con caratteristiche più offensive.
L’arrivo di Donyell Malen ha accentuato ulteriormente questa tendenza. La Roma ha alzato il baricentro per sfruttare profondità e attacco della linea, trovando maggiore incisività offensiva ma esponendosi a spazi più ampi alle spalle. È un equilibrio sottile, tipico del calcio di Gasperini, che in questa fase si è spezzato a sfavore della fase difensiva.
Stanchezza e gestione delle rotazioni
A rendere più fragile il sistema si è aggiunta la componente fisica. Tra impegni europei, infortuni a cascata e un calendario denso, la condizione di diversi interpreti è calata sensibilmente. Mancini ha mostrato segnali di affaticamento, mentre Ndicka è apparso meno lucido e reattivo rispetto alla prima parte di stagione.
Anche Mile Svilar ha risentito del momento generale. Dopo mesi ad altissimo livello, il portiere è tornato su standard più umani, con meno interventi decisivi e qualche incertezza in più, inevitabilmente amplificata da una difesa meno protettiva e dall’aumento esponenziale dei pericoli, che lo hanno portato inevitabilmente a fare qualche brutta figura in più.
Il quadro che emerge è quello di un sistema che ha perso equilibrio. L’identità offensiva è cresciuta, ma al prezzo di una vulnerabilità che oggi pesa sui risultati. Non si tratta di un singolo problema, ma della somma di fattori che, insieme, hanno trasformato una delle migliori difese del campionato in un punto debole.






