La Roma ripiomba nel suo incubo ricorrente. L’eliminazione contro il Bologna non è soltanto una sconfitta sportiva, ma l’ennesimo capitolo di una storia che continua a ripetersi con una puntualità quasi crudele. Una notte che lascia dietro di sé dolore, frustrazione e la sensazione di aver sprecato un’occasione concreta.
L’illusione e la caduta
All’Olimpico c’era tutto: uno stadio pieno, una Curva Sud pronta a trascinare, una partita alla portata, un risultato d’andata favorevole. La Roma, tra difficoltà e improvvise fiammate, era riuscita anche a rimettere in piedi una gara che si era complicata da sola. La caduta, il pareggio, poi il sorpasso, infine il 3-3: segnali di una squadra che, almeno a tratti, aveva trovato energie insperate.
Ma non è bastato. Non basta quasi mai.
Il gol di Cambiaghi nei supplementari ha chiuso i conti e riaperto ferite mai davvero cicatrizzate. Perché il problema non è solo il risultato, ma il modo in cui arriva: la Roma continua a costruirsi da sola le proprie difficoltà, per poi inseguire con affanno.
Una storia che non cambia
Il Bologna era un avversario giocabile, organizzato ma non superiore. Eppure, ancora una volta, la Roma si è persa nei propri limiti: una difesa fragile, giocatori stanchi, una struttura che da anni sembra non trovare equilibrio, al di là degli allenatori che si susseguono. Da Di Francesco a Mourinho, passando per De Rossi fino a Gasperini, il copione cambia poco. E questo rende tutto più pesante.
Rialzarsi, in qualche modo
Ora resta solo il campionato. Domenica arriva il Lecce, ma più che l’avversario, il problema è capire come questa squadra possa rialzarsi dopo un colpo del genere. La risposta non è chiara. Ma una cosa è certa: la Roma non ha più margine. Deve trovare un modo per ripartire. Anche senza sapere come.






