Cagliari, quell’avversario a cui alla fine strizziamo tutti un po’ l’occhio

Nel calcio siamo abituati a schierarci. A scegliere una parte, una maglia, un colore da difendere anche quando tutto il resto traballa. Il calcio è identità, appartenenza, campanilismo puro: noi contro loro, casa contro trasferta, bandiere contro bandiere. È rivalità, è opposizione, è quel bisogno quasi tribale di sentirsi diversi, migliori, più forti dell’altro.

Eppure, ogni tanto, esistono avversari che riescono a scivolare fuori da questo schema rigido. Squadre che, pur restando tali, non vengono mai percepite davvero come nemiche. Il Cagliari è una di queste. Una squadra contro cui si gioca, si soffre, si spera di vincere — ma che difficilmente si riesce a odiare fino in fondo.

Forse perché dietro quella maglia rossoblù non c’è solo una città, ma un’intera isola. Il Cagliari non rappresenta soltanto se stesso: rappresenta la Sardegna, con il suo senso di distanza geografica ma anche emotiva, con quella sensazione costante di essere un po’ fuori dal continente e un po’ fuori dalle logiche più ciniche del calcio moderno. È la squadra di una terra bellissima e aspra, fatta di vento, silenzi, mare e luce.

Ed è proprio quel mare, quel colore azzurro che abbraccia Cagliari da ogni lato, a rendere tutto più morbido. Perché è difficile essere ostili verso un luogo che evoca vacanze, libertà, orizzonti larghi. La città di Cagliari, con il suo Castello che domina dall’alto, le spiagge del Poetto, i fenicotteri, i tramonti, finisce per contaminare anche il giudizio sportivo. Ci si ritrova a guardare il calendario e pensare: “Sì, dobbiamo vincere… però che posto meraviglioso”.

E poi c’è un ricordo che appartiene un po’ a tutti gli appassionati: lo scudetto del 1970 con Gigi Riva, Rombo di Tuono, una delle storie più romantiche del nostro calcio. Un’impresa che ancora oggi vive più nel mito che negli almanacchi, simbolo di un’isola capace di sfidare e battere il continente.

Il Cagliari è l’avversario che non fa scattare il dente avvelenato, ma piuttosto una forma di rispetto istintivo. Quella squadra che, se deve salvarsi, in fondo speri che ce la faccia. Che se deve cadere, ti dispiace davvero. È il paradosso del calcio: un gioco che vive di contrapposizioni ma che, a volte, si lascia attraversare dalla bellezza dei luoghi, dalla storia, dall’immaginario collettivo.

Alla fine, contro il Cagliari si tifa sempre per se stessi. Ma con un occhio inevitabilmente un po’ più indulgente.

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