Quando la Roma bocciò Bierhoff: una partita in giallorosso e quel gol a Vicenza che non bastarono

bierhoff roma

Estate 1994. Amichevole a Vicenza. La Roma prova un centravanti tedesco che in Italia aveva già fatto vedere buone cose con l’Ascoli in Serie B. Non è uno sconosciuto, non è un turista del pallone. È un attaccante strutturato, potente, che cerca il salto definitivo.

Mazzone lo schiera in un tridente che oggi fa impressione solo a leggerlo: davanti Francesco Totti e Oliver Bierhoff, alle spalle Giuseppe Giannini. Un incrocio generazionale perfetto. Il Principe a inventare, il giovane Totti a muoversi, il tedesco a riempire l’area. Bierhoff segna. Gol dell’1-0, da centravanti vero. Presenza fisica, tempismo, concretezza. Fa quello che deve fare un numero nove. Eppure non basta.

Perché quel gol non convinse la dirigenza?

Non fu una bocciatura clamorosa. Fu qualcosa di più sottile. La Roma, in quel momento, cercava certezze immediate. Aveva già gerarchie offensive definite, aveva un’idea di squadra costruita attorno a equilibri delicati.

Bierhoff appariva forte, sì. Ma forse troppo simile a ciò che già c’era. Forse non abbastanza mobile per il tipo di gioco che si aveva in mente. Forse semplicemente non ritenuto indispensabile. Nel calcio le decisioni spesso non nascono da un errore evidente. Nascono da una convinzione che non scatta.

Quello che succede dopo

Pochi mesi più tardi arriva l’Udinese. Lì il tedesco trova centralità, fiducia, un sistema costruito per esaltarlo. Diventa capocannoniere della Serie A nel 1997-98, davanti a un certo Ronaldo. Poi il Milan, lo scudetto, e prima ancora il golden goal nella finale di UEFA Euro 1996 con la Germania. Una carriera da attaccante di primo livello europeo.

Nel frattempo la Roma, in quell’estate del 1995 (forte dell’affiatamento tra Balbo e Fonseca mostrato nella stagione appena conclusa), sceglie altre strade, sceglie l’affidabilità di Marco Branca. Più prudente, più affidabile: un investiment meno rischioso di un centravanti ventiseienne con tanta gavetta e poche prospettive.

Il filo che unisce Shevchenko e Bierhoff

Le parole di Shevchenko fanno male perché raccontano un rimpianto enorme. Ma la storia di Bierhoff è forse ancora più affascinante. Perché lui, a differenza dell’ucraino, con la maglia giallorossa ha giocato davvero. Ha segnato. È stato visto da vicino. E non è rimasto.

Non sempre le sliding doors si chiudono per una scelta sbagliata. A volte si chiudono perché non sembrano necessarie in quel momento. Solo dopo capisci che dietro quella porta c’era un futuro capocannoniere, un campione d’Europa, un attaccante che avrebbe scritto un pezzo di storia del calcio italiano. Che quella sera d’estate e di festa per la promozione in Serie A del Vicenza, per novanta minuti, aveva vestito la maglia della Roma.

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