La sensazione è sempre quella di essere a un passo dalla svolta, ma puntualmente la Roma torna dove è stata quasi sempre negli ultimi anni: nel limbo. Non abbastanza forte da lottare davvero fino in fondo, non abbastanza debole da sprofondare del tutto. Una terra di mezzo che anestetizza tutto, anche la rabbia, e che finisce per somigliare sempre di più a una condanna sportiva.
La cosa più inquietante è che non si tratta di una sensazione. Lo dicono i numeri. Cambiano gli allenatori, cambiano i direttori sportivi, cambiano i volti tecnici della squadra (a parte qualche costante…), ma il rendimento in campionato resta praticamente identico. La Roma si muove da otto anni dentro una forbice strettissima, come se fosse intrappolata in un ciclo che non riesce a spezzare.
Marzo, ancora una volta, ha rimesso tutto al suo posto. Dopo un avvio che aveva illuso, la squadra di Gasperini si è riallineata perfettamente alle sue antenate. Non a una grande Roma del passato, ma alle Roma di Fonseca, Mourinho, Di Francesco, De Rossi, Juric, Ranieri. Tutte diverse nella forma, tutte tremendamente uguali nella sostanza. E questa è forse la fotografia più dura da accettare.
| Stagione | Punti | Allenatore/i |
|---|---|---|
| 2025/2026 | 54 | Gasperini |
| 2024/2025 | 53 | De Rossi – Juric – Ranieri |
| 2023/2024 | 55 | Mourinho – De Rossi |
| 2022/2023 | 56 | Mourinho |
| 2021/2022 | 54 | Mourinho |
| 2020/2021 | 54 | Fonseca |
| 2019/2020 | 51 | Fonseca |
| 2018/2019 | 51 | Di Francesco – Ranieri |
Guardare questa tabella fa quasi impressione. Non c’è una vera crescita, non c’è una caduta clamorosa, non c’è nemmeno una deviazione significativa. C’è solo una lunga e sfiancante mediocrità di fascia alta, se si vuole trovare una formula elegante, ma pur sempre mediocrità. Perché quando per otto anni resti fermo nello stesso punto, il problema non è più il singolo allenatore, il singolo mercato o il singolo mese storto. Il problema sei tu, inteso come club, come struttura, come capacità di costruire qualcosa che davvero rompa lo schema.
Ed è qui che il discorso diventa scomodo. Perché la Roma, in questi anni, ha quasi sempre raccontato sé stessa come una squadra in transizione. Sempre sul punto di diventare qualcosa. Sempre in attesa del prossimo step. Sempre con la giustificazione pronta: il Fair Play Finanziario, gli infortuni, il cambio tecnico, la rosa incompleta, il mercato da rifinire. Tutto anche vero, per carità. Ma otto anni non sono più transizione. Otto anni sono identità.
E l’identità attuale della Roma è quella di una squadra che non riesce mai davvero a cambiare pelle. Che si aggrappa all’episodio, all’entusiasmo del momento, al filotto, all’allenatore che sembra aver toccato le corde giuste, salvo poi tornare sempre lì. Tra il quinto e il sesto posto, o comunque in quella zona di classifica che non ti fa sentire grande ma nemmeno abbastanza piccolo da rifondare davvero.
Il punto più doloroso è proprio questo: la Roma non fallisce in modo rumoroso, ma in modo ripetitivo. E la ripetizione, nel calcio, è persino più frustrante del crollo. Perché almeno il crollo impone una reazione. La stagnazione invece ti consuma lentamente, ti abitua, ti normalizza. E alla fine quasi non ti scandalizza più nemmeno vedere che la squadra del 2025/2026 è perfettamente allineata a quella del 2020/2021.
Il marzo orribile di quest’anno non ha creato il problema. Lo ha semplicemente svelato di nuovo. Ha tolto il trucco, come già successo in altre stagioni, e ha mostrato che sotto la superficie non c’è una Roma diversa, ma la solita Roma degli ultimi otto anni: competitiva a sprazzi, fragile appena il livello si alza, incapace di staccarsi davvero dal suo passato recente.
E allora sì, si può parlare di ballo della mediocrità. Perché questa Roma continua a danzare sempre sullo stesso spartito. Cambia il direttore d’orchestra, cambia il ritmo, cambiano i nomi sul palco. Ma la musica, alla fine, è sempre la stessa.





