Monte dei Cocci, il mito della tribuna popolare della Roma di Testaccio

monte dei cocci roma

Negli anni Trenta, a Testaccio, il calcio non è uno spettacolo separato dalla vita quotidiana. È un’estensione del quartiere, delle sue strade, dei suoi rumori, delle sue difficoltà. Campo Testaccio sorge dentro un tessuto urbano fatto di case popolari, mercati, officine, portuali, e attorno allo stadio gravita un popolo che vive la Roma come una forma di appartenenza prima ancora che come intrattenimento.

In questo contesto nasce una consuetudine che racconta meglio di qualsiasi slogan cosa fosse il tifo in quell’epoca: chi non riusciva a comprare il biglietto, chi arrivava tardi, chi semplicemente non poteva permetterselo, si arrampicava sul Monte dei Cocci, la collina artificiale composta nei secoli da frammenti di anfore, per provare a vedere la partita dall’alto. Non era folklore, era necessità.

Una gradinata senza biglietti

Dal Monte dei Cocci il campo si vedeva in modo imperfetto, spesso di lato, a tratti coperto. Ma si vedeva abbastanza da capire dove si stava giocando la partita e, soprattutto, si sentiva tutto. Il boato dei gol, il brusio delle azioni mancate, l’onda emotiva che partiva dalle tribune di Campo Testaccio e si propagava verso il quartiere.

In un’epoca in cui il calcio non era ancora un prodotto di massa ma una questione popolare, quella collina diventò una gradinata spontanea. Non organizzata, non numerata, non protetta. E proprio per questo autentica. Chi stava sul Monte dei Cocci non cercava una visuale migliore, cercava di esserci.

La Roma di quegli anni, quella che comincia a crescere, la Roma del 5-0 alla Juventus da film, di Volk capocannoniere, viene osservata anche da lì. Non da spettatori privilegiati, ma da tifosi che vivono il calcio come parte della propria giornata, allo stesso livello del lavoro e della famiglia.

campo testaccio roma juve 5-0

Una fotografia della città

Salire sul Monte dei Cocci significava accettare la scomodità pur di non rinunciare alla Roma. Significava scegliere una presenza imperfetta ma reale. È una forma di tifo che racconta molto della città di allora: povera, rumorosa, orgogliosa, capace di stringersi attorno ai propri simboli senza bisogno di mediazioni.

Per questo il Monte dei Cocci non è soltanto un luogo geografico. È una fotografia sociale. Racconta un calcio in cui non esistevano barriere economiche insormontabili, perché anche chi non aveva nulla trovava comunque il modo di stare vicino alla propria squadra.

La Roma, prima ancora di diventare un grande club, è stata questo: una squadra guardata dai gradoni di uno stadio e dalle pietre di una collina. Dentro e fuori. Paganti e non paganti. Ma tutti parte della stessa storia.

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