Che bellezza il calcio moderno, in cui la tutela del talento rischia di trasformarsi in una bolla. Un luogo ovattato in cui tutto viene filtrato, addolcito, giustificato. Dove ogni difficoltà è una colpa di qualcun altro, ogni rallentamento ha una causa esterna, ogni stallo diventa un’ingiustizia.
Le parole di Kevin Kilbane, affidate alle colonne dell’Irish Times, nascono da un intento apparentemente limpido: difendere Evan Ferguson dalle dichiarazioni di Gian Piero Gasperini, che ha parlato apertamente delle fragilità fisiche dell’attaccante irlandese, arrivato in prestito dal Brighton alla Roma.
Secondo Kilbane, etichettare pubblicamente un ventunenne come “incline agli infortuni” rischia di danneggiarne la reputazione (povera stella) e, di riflesso, il futuro sul mercato. Un’osservazione comprensibile, soprattutto se letta dal punto di vista umano. Ma è proprio qui che il discorso, se allargato, diventa più complesso.
Perché difendere un giocatore non significa necessariamente costruirgli attorno un perimetro invalicabile. A volte significa esattamente il contrario: metterlo davanti alle sue responsabilità, anche a costo di risultare scomodi.
Il calcio professionistico non è una culla
Il paradosso è evidente. Invece di chiederci perché Ferguson oggi fatichi a imporsi, perché non riesca a guadagnarsi centralità, perché venga superato nelle gerarchie da altri profili, si preferisce spostare il bersaglio su chi fotografa la situazione. Non su chi deve cambiarla, ma su chi la racconta. Eppure Gasperini, nella sua carriera, non è mai stato un allenatore che “brucia” i giovani. Al contrario, è uno che li ha spesso costruiti, valorizzati, portati oltre i limiti iniziali. Ma quasi mai accarezzandoli. Piuttosto spingendoli.
Nel suo calcio la crescita passa attraverso l’attrito, non attraverso la protezione totale. Se oggi preferisce soluzioni come Malen (e ci mancherebbe pure) o Robinio Vaz, non è necessariamente una bocciatura definitiva di Ferguson, ma una fotografia tecnica del presente. Il problema è che il calcio contemporaneo sembra sempre meno disposto ad accettare fotografie scomode. Vuole immagini ritoccate, rassicuranti, narrative morbide. Ma le narrative morbide non fanno crescere i calciatori.
Il calcio, quello vero, ha sempre selezionato attraverso la competizione interna, la frustrazione, il sentirsi in discussione. È sempre stato un ambiente duro, imperfetto, a tratti ingiusto. Ma è anche l’ambiente che ha prodotto generazioni di giocatori capaci di reggere pressione, aspettative e cadute.
La responsabilità di Gasperini come forma di fiducia
Forse il nodo sta tutto qui. Senza carattere, il talento resta incompleto. Ferguson non ha bisogno di essere difeso dal mondo. Ha bisogno di dimostrare di poter stare dentro questo mondo. Di dimostrare che può reggere allenamenti, carichi, concorrenza, momenti di difficoltà. Che può trasformare una stagione complicata in una stagione di crescita.
Per Kilbane, non conoscendo minimamente le dinamiche all’interno di Trigoria, l’atteggiamento di Ferguson in allenamento (che sia positivo o negativo) è più semplice attaccare Gasperini che chiedere al suo connazionale di fare un salto. Perché il salto comporta il rischio di fallire, e il fallimento oggi è diventato qualcosa da evitare a tutti i costi, quasi fosse una macchia irreversibile. Ma nel calcio, come nella vita, che piaccia o meno si cresce passando anche da lì.
Forse le parole di Gasperini potevano essere più morbide nella forma. Forse sì. Ma il contenuto resta: oggi Ferguson non è al centro del progetto. E questo, prima ancora di essere un tema mediatico, è un tema tecnico. Se vogliamo davvero difendere Ferguson, allora dovremmo smettere di costruirgli uno scudo attorno e iniziare a chiedergli qualcosa in più. Perché nel calcio vero non ti salva chi ti protegge. Ti salva chi pretende.
E a volte, la pretesa è la forma più alta di fiducia.



