Il calcio, nei momenti di maggiore incertezza, finisce spesso per concentrare le tensioni su singoli interpreti. È quanto sta accadendo attorno a Lorenzo Pellegrini: il maldestro rigore provocato a Marassi in una sconfitta che costa alla Roma il quarto posto raggiunto dal Como, è l’episodio che sta catalizzando una frustrazione diffusa. Eppure, ridurre tutto a una questione di singoli sarebbe un errore di prospettiva. Il vero nodo, attorno al quale ruota la stagione giallorossa, è il “paradosso Pellegrini”: come può una squadra che ambisce alla Champions League permettersi di affidare le chiavi del gioco a un profilo che, per rendimento e condizione, vive una fase di involuzione così prolungata?
Il paradosso: la fiducia che diventa limite
Pellegrini non è il problema, ma il sintomo. Il paradosso sta nella discrepanza tra il ruolo che gli viene assegnato — quello di leader tecnico in una zona nevralgica del campo — e la capacità effettiva di produrre risultati. Quando un calciatore diventa, per logiche contrattuali o di gerarchia, un punto fermo intoccabile, la sua crisi finisce per inibire il naturale turnover. E qui nasce l’interrogativo strategico: è possibile mantenere l’ambizione del vertice se non si ha la flessibilità di leggere la crisi del singolo, sostituendolo o affiancandolo con alternative che offrano garanzie di rendimento immediato?
Strumenti e ambizioni: il cortocircuito del mercato
È proprio qui che il paradosso si trasforma in un limite strutturale. Se un tecnico come Gasperini che non ama gerarchie e che se un giocatore non rende lo sbatte in panchina per due mesi, si trova costretto a confermare incondizionatamente un giocatore chiaramente in difficoltà, significa che la dotazione tecnica a sua disposizione non offre alternative all’altezza. La finestra di gennaio, firmata Massara, ha portato in dote profili giovani — Venturino, Vaz, lo stesso Zaragoza — che rispondono a una logica di “progetto futuro”, ma che ad oggi non sembrano in grado di alterare gli equilibri di una partita di Serie A.
Ci si deve interrogare, quindi, sulla coerenza tra le mosse di mercato e le necessità della competizione: come si può pensare di dare a un allenatore gli strumenti per competere per la Champions League se gli investimenti effettuati restano, di fatto, inutilizzati o considerati non pronti?
La solitudine del tecnico
Gian Piero Gasperini sta gestendo un gruppo che, per qualità media, appare spesso al di sotto delle competitors dirette per la corsa alla Champions, riuscendo comunque a mantenere la Roma in lotta per il quarto posto. Ma la domanda che sorge spontanea, guardando alla gestione dei cambi, è: fino a che punto un allenatore può essere chiamato a fare miracoli se non gli vengono messi a disposizione interpreti pronti a dare il cambio a chi, come Pellegrini, attraversa un periodo di appannamento?
Il caso Zaragoza è, in questo senso, emblematico: un giocatore arrivato a 25 anni, nel pieno della maturità agonistica, eppure ai margini delle rotazioni. Se un profilo simile non viene ritenuto idoneo a sostituire un titolare in difficoltà, allora il problema risiede a monte, nella selezione degli innesti.
Oltre il singolo, la questione del modello
La Roma non può permettersi di vivere in un limbo in cui il destino del collettivo è legato a doppio filo allo stato di forma di un singolo giocatore. Per uscire da questa impasse, il club deve risolvere la propria contraddizione interna: la volontà di costruire un futuro sostenibile non può tradursi nell’assenza di soluzioni immediate per il presente.
Se l’ambizione è il quarto posto, la struttura della rosa deve essere tale da garantire che ogni titolare abbia un’alternativa credibile. Altrimenti, il paradosso di Pellegrini non sarà che l’inizio di una lunga stagione di rimpianti.






