Ferguson si ferma di nuovo: dall’Irlanda lo difendono, a Roma lo aspettano ancora

ferguson roma

Oramai il problema a Trigoria non è più capire quando tornerà Evan Ferguson. Il problema è capire se tornerà. E soprattutto in quale era geologica.

Perché mentre il calendario scorre, le partite passano e la Roma continua a fare a meno dell’attaccante irlandese, dall’altra parte del mare arriva puntuale la linea editoriale numero uno della causa Ferguson: difenderlo sempre, comunque e a prescindere. Dopo Kevin Kilbane, ecco ora anche il commissario tecnico della Repubblica d’Irlanda, Heimir Hallgrimsson, pronto a rassicurare il mondo: “Ci sta mettendo più tempo del previsto”. Traduzione: nessuno sa esattamente quanto, ma tranquilli.

Nel frattempo, però, la cronaca romana racconta un’altra storia. Settimana scorsa segnali di miglioramento, poi l’ennesima ricaduta, poi il nuovo stop, poi l’esclusione dal Maradona, ora la presenza contro la Cremonese di nuovo in discussione per il “riacutizzarsi del fastidio”. Una formula che, nel dizionario giallorosso, sta rapidamente scalando le posizioni accanto a grandi classici come “valuteremo giorno per giorno” e “fastidio da monitorare”.

Il risultato? Sei partite praticamente saltate, una convocazione simbolica con panchina annessa e una caviglia che, ormai, sembra avere una personalità propria.

E mentre a Roma Ferguson viene descritto come un oggetto misterioso, dall’Irlanda si preferisce guardare il bicchiere mezzo pieno. Anzi, pienissimo. Hallgrimsson ammette che “è stato effettivamente soggetto a infortuni da quando è arrivato lì”, dando di fatto ragione a Gian Piero Gasperini, ma subito dopo rilancia con l’ottimismo istituzionale: speriamo che torni in forma, giochi e ricominci a segnare per la Roma.

Nel frattempo Gasperini, che nel mondo reale deve preparare partite e costruire un attacco funzionante, continua a convivere con l’idea di avere in rosa un centravanti che esiste soprattutto nei discorsi post-partita e nelle conferenze stampa. E non è un caso che dall’Irlanda si ipotizzi persino una strategia motivazionale: magari il mister parla duro “per farlo arrabbiare” e spingerlo a giocare. Un dettaglio: per arrabbiarsi in campo, bisognerebbe prima entrarci.

Il paradosso finale è che l’obiettivo vero, nemmeno troppo nascosto, sembra essere un altro: avere Ferguson pronto per la semifinale playoff contro la Repubblica Ceca che vale il Mondiale. La Roma, in questo racconto, diventa quasi una parentesi terapeutica. Un centro di riabilitazione a cielo aperto.

Così, mentre a Dublino vedono un attaccante “davvero in forma” e “non lontano dalla condizione”, a Roma continuano a vedere una lista medica che si allunga e una data di rientro che scivola sempre un po’ più avanti.

Di certo c’è solo una cosa: Ferguson continua a essere difeso a spada tratta a migliaia di chilometri di distanza, mentre nella Capitale resta soprattutto una voce sul bollettino. E, al momento, nemmeno quella troppo rassicurante.

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