Il prestito doveva rappresentare un’occasione di rilancio, ma rischia di trasformarsi in un viaggio di andata e ritorno senza aver risolto nulla. Artem Dovbyk potrebbe tornare alla Roma già a gennaio, qualora il Bologna decidesse di interrompere anticipatamente un rapporto che, almeno finora, non ha prodotto i risultati sperati. Uno scenario che aprirebbe una questione ben più complessa della semplice gestione di un attaccante in esubero, coinvolgendo contemporaneamente gli equilibri tecnici, economici e strutturali della squadra di Gian Piero Gasperini.
I numeri dell’esperienza rossoblù sono eloquenti: quattro presenze, circa cento minuti complessivi, un gol e nessuna partita da titolare. Trentuno minuti contro Lazio e Atalanta, venticinque contro il Sassuolo, impreziositi dall’unica rete stagionale, e un breve spezzone contro l’Inter. Un impiego marginale, ulteriormente ridimensionato dalle recenti scelte di Raffaele Palladino.
Dovbyk, tra problemi fisici e bocciature tecniche
Il rendimento dell’ucraino va contestualizzato. Dovbyk non ha subito nuovi infortuni gravi, ma a settembre ha accusato un lieve risentimento ai flessori, mentre il recupero della migliore condizione atletica continua a risentire dei problemi fisici della passata stagione. Prima Domenico Tedesco e successivamente Palladino hanno preferito gestirlo con prudenza.
Sarebbe però riduttivo attribuire esclusivamente alla condizione fisica la sua assenza dalle rotazioni. Il tecnico rossoblù è stato piuttosto esplicito: «Deve spingere e darmi di più in allenamento e a quel punto avrà anche lui la sua occasione».
Un richiamo che assume un significato particolare considerando quanto accaduto nell’ultima trasferta di Cagliari. Nonostante l’indisponibilità di Piccoli e le difficoltà fisiche di Enem, Palladino ha preferito adattare Odgaard al centro dell’attacco piuttosto che affidarsi a Dovbyk. Una scelta che racconta una gerarchia ormai difficile da ignorare. L’ucraino, arrivato per ritrovare centralità, oggi fatica persino a rappresentare una soluzione d’emergenza.
Il nodo economico: un investimento che continua a perdere valore
L’operazione con il Bologna era stata costruita per soddisfare entrambe le società. Prestito gratuito fino al 30 giugno 2027, diritto di riscatto indicato a 17 milioni di euro e ingaggio a carico del club emiliano.
La Roma aveva così alleggerito il monte ingaggi, rinviando al termine della stagione la possibilità di recuperare una parte dell’investimento sostenuto per acquistarlo dal Girona. Il Bologna, dal canto suo, aveva ottenuto un centravanti da rilanciare senza impegnare immediatamente risorse per il cartellino.
A distanza di pochi mesi, però, lo scenario è cambiato. Il riscatto appare oggi una prospettiva complicata e, secondo le indiscrezioni di mercato, non viene esclusa nemmeno una risoluzione anticipata del prestito.
Il ritorno a gennaio non sarebbe automatico, considerando l’accordo valido fino a giugno, ma richiederebbe un’intesa tra le due società. Per la Roma significherebbe ritrovarsi nuovamente a gestire un contratto importante, con la necessità di individuare un’altra sistemazione oppure reintegrare un giocatore il cui valore di mercato rischia di diminuire ulteriormente. Un problema economico che diventerebbe inevitabilmente anche tecnico.
Malen e Castro, una Roma che non aspetta Dovbyk
Gasperini conosce perfettamente l’attaccante ucraino. Lo ha allenato, osservato e valutato per un’intera stagione, arrivando alla conclusione che le sue caratteristiche fossero poco compatibili con le esigenze del proprio sistema di gioco.
La Roma, nel frattempo, ha intrapreso un percorso differente. Malen è diventato il principale riferimento offensivo, mentre Castro rappresenta un’alternativa più dinamica, capace di garantire intensità, mobilità e partecipazione alla costruzione della manovra.
Un eventuale rientro di Dovbyk lo collocherebbe inevitabilmente nella posizione di terzo centravanti, senza particolari prospettive di modificare le gerarchie. Ma è proprio questo il punto: quale utilità avrebbe, per Gasperini, ritrovarsi un attaccante già considerato non funzionale, reduce da mesi di scarso impiego e con la necessità di recuperare condizione e fiducia?
La presenza di un terzo centravanti potrebbe avere un senso considerando i numerosi impegni stagionali della Roma, soprattutto in Champions League. Tuttavia, occupare una casella numerica nella rosa non significa necessariamente offrire una soluzione tecnica.
Un conto è avere un’alternativa pronta a incidere, un altro è dover ricostruire un giocatore che non rientrava già nei programmi dell’allenatore.
Un problema strutturale prima ancora che individuale
Il rischio maggiore riguarda proprio la costruzione della rosa. Gasperini ha bisogno di calciatori funzionali, capaci di sostenere ritmi elevati e interpretare principi di gioco ben definiti. L’eventuale reinserimento di Dovbyk costringerebbe la Roma a destinare risorse economiche e uno spazio in organico a un profilo sul quale erano già state effettuate valutazioni precise.
Non si tratta di negare le qualità realizzative dimostrate dall’ucraino nel corso della carriera, quanto di prendere atto di una difficoltà che continua a riproporsi in contesti differenti. Il Bologna avrebbe dovuto rappresentare la soluzione. Rischia invece di restituire alla Roma lo stesso problema, aggravato da una svalutazione economica e da una condizione psicofisica ancora tutta da ricostruire.
A gennaio la società potrebbe dunque trovarsi davanti a un bivio: cercare una nuova destinazione per Dovbyk oppure accettare di reinserirlo in una squadra che, tecnicamente, ha già imboccato un’altra strada. Il vero interrogativo non è se Gasperini possa trovare qualche minuto per Dovbyk, ma perché dovrebbe modificare gli equilibri di una Roma costruita per fare a meno di lui.
E soprattutto, quanto costerebbe alla società continuare a rimandare la soluzione di un problema che il mercato estivo aveva soltanto temporaneamente allontanato?




