Nel dibattito tattico che accompagna da anni Gian Piero Gasperini, la parola più abusata resta sempre la stessa: “uomo su uomo a tutto campo”. Una definizione che racconta solo una parte del suo calcio e che, osservando con attenzione la Roma di questa stagione, risulta approssimativa. La squadra giallorossa difende sì in modo aggressivo, ma lo fa con una logica più elastica, adattabile al contesto della partita e all’avversario.
Non è una rinuncia ai princìpi del Gasp, bensì una loro evoluzione. La Roma di oggi non vive esclusivamente di duelli individuali portati fino all’estremo, come poteva accadere nell’Atalanta, ma alterna fasi di pressione alta a momenti di blocco medio e protezione posizionale. Una scelta, forse dovuta alle caratteristiche dei calciatori a sua disposizione, che sta rendendo il sistema meno spettacolare, ma più sostenibile.
Pressing alto quando conviene, non per dogma
Nelle gare in cui la Roma sceglie di alzare il baricentro, il riferimento resta una pressione orientata sull’uomo, soprattutto sugli esterni e sul primo costruttore avversario. Si è visto chiaramente contro il Milan, quando per larghi tratti del primo tempo i giallorossi hanno accorciato in avanti con coraggio per evitare le mortifere ripartenze di Leao e Nkunku.
Il braccetto usciva forte sull’ala, il quinto di fascia stringeva sul terzino e il centrocampista centrale copriva il mezzo spazio. Non un semplice “tutti contro tutti”, ma una gabbia costruita per indirizzare il possesso verso zone laterali, riducendo le possibilità di imbucata centrale.
I numeri spiegano bene questo comportamento: il PPDA (passaggi concessi prima di un’azione difensiva) è sceso intorno a 10, segnale di una pressione più intensa rispetto alla prima parte di stagione, quando viaggiava sopra quota 13. Allo stesso tempo sono aumentati i recuperi nella metà campo offensiva, passati da circa 7 a oltre 9 per 90 minuti.
Blocco medio e densità centrale contro squadre palleggiatrici
Quando l’avversario ha qualità nel primo possesso, la Roma accetta di abbassarsi qualche metro. Al Maradona, domenica scorsa contro il Napoli, il piano gara è stato chiarissimo: meno aggressioni alte, più compattezza tra i reparti.
I tre centrali sono rimasti stretti per evitare gli inserimenti nel mezzo spazio di Vergara e Politano su sponde di Hojlund, i quinti si sono abbassati sulla linea difensiva e le mezzepunte hanno lavorato soprattutto in schermatura sui centrocampisti. In questo modo la Roma ha concesso cross e sviluppo laterale, ma ha protetto l’area centrale, riducendo drasticamente sponde e passaggi filtranti.
Il dato più significativo dall’inizio dell’anno, riguarda i tiri concessi da dentro l’area, scesi da una media di 9 a circa 6,8 per partita. Ancora più importante è la qualità delle conclusioni subite: l’xG medio per tiro è passato da 0,12 a 0,09. In sostanza, gli avversari tirano ancora, ma da posizioni mediamente meno pericolose.
Le scalate laterali: il vero segreto della solidità
Nel derby contro la Lazio si è vista in modo evidente una delle chiavi del sistema: le scalate difensive. Quando il pallone viaggia sull’esterno, il quinto esce in pressione, il braccetto scivola verso la fascia e il centrale rimane a presidiare l’area. È un meccanismo apparentemente semplice, ma che richiede tempi perfetti. Questo tipo di rotazione consente alla Roma di non perdere densità centrale anche quando deve difendere ampiezze importanti.
Il risultato è una squadra che concede più cross (circa 18,5 per gara contro i 16 della prima fase), ma che soffre meno sulle seconde palle e sulle ricezioni tra le linee.
Prevenzione prima ancora che contrasto
Un aspetto spesso sottovalutato è il posizionamento preventivo. La Roma tende a lasciare sempre un uomo leggermente più basso rispetto alla linea della palla, soprattutto in zona centrale. Questo riduce il numero di transizioni subite. I contropiedi concessi sono scesi da 2,6 a 1,7 per 90 minuti. Parallelamente sono aumentati i falli tattici, segno di una squadra che accetta di spezzare l’azione prima che diventi realmente pericolosa. È una gestione più matura del rischio.
Una difesa meno ideologica, più strategica
La Roma di Gasperini non è diventata una squadra attendista. Continua a cercare l’aggressione, continua a vivere di intensità. Ma ha imparato a scegliere quando farlo. I dati raccontano una riduzione complessiva dei tiri concessi (da 14,1 a 11,2 a partita) e un calo sensibile degli xG subiti (da 1,42 a 1,05). Numeri che certificano un miglioramento strutturale, non episodico. In sintesi, non è più soltanto una difesa che rincorre l’uomo. È una difesa che occupa lo spazio, protegge le zone più pericolose e indirizza l’avversario verso soluzioni meno dannose.
Ed è probabilmente questa trasformazione silenziosa a spiegare perché, oggi, la Roma sembri una squadra più difficile da smontare rispetto a quella che si appoggiava alla difesa “ranieriana”. Il problema del blocco basso che offriva ripartenze nel momento in cui Gasperini alzava il baricentro adesso è molto più raro (anche se non del tutto eliminato), sintomo di una difesa ancora in evoluzione, ma che sta prendendo sempre di più la matrice dell’idea di calcio del suo allenatore.


