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Auguri a Philippe Mexès, il talento ribelle diventato colonna della Roma

mexes compleanno

Eleganza e istinto, anticipo e lettura, talento e imperfezione si sono intrecciati lungo tutta l’esperienza romanista di Philippe Mexès, un difensore capace di alternare interventi da manuale a momenti di eccesso, ma sempre immerso nella partita e nel contesto emotivo di una squadra che, per diversi anni, ha dato la sensazione di poter arrivare fino in fondo senza però riuscire mai a compiere davvero l’ultimo passo.

Il suo arrivo nella Capitale, nell’estate del 2004 dall’Auxerre, coincide con uno dei periodi più turbolenti della storia recente della Roma, segnato da una confusione tecnica quasi permanente, con cinque allenatori che si alternano in panchina nel giro di pochi mesi, e con una squadra che rischia la retrocessione, incapace di trovare una direzione precisa. In questo contesto un giovane difensore straniero, per quanto dotato, fatica inevitabilmente a imporsi con continuità, alternando intuizioni brillanti a ingenuità figlie del contesto.

L’arrivo di Spalletti e la metamorfosi di Mexès

La vera trasformazione, tanto della Roma quanto di Mexès, arriva con Luciano Spalletti, che ridisegna completamente l’identità della squadra, alzando il baricentro, imponendo una linea difensiva coraggiosa e chiedendo ai centrali non solo di difendere ma di partecipare attivamente alla costruzione del gioco. E’ proprio in questo sistema che il francese trova la sua dimensione ideale, diventando progressivamente un riferimento tecnico e tattico, capace di leggere le situazioni con anticipo e di accompagnare l’azione con qualità non comuni per il ruolo.

Nasce così una delle Roma più affascinanti degli ultimi decenni, quella delle undici vittorie consecutive in Serie A tra il 2005 e il 2006, una striscia che restituisce entusiasmo a una piazza ferita e che riporta i giallorossi stabilmente nella corsa al vertice, con Mexès protagonista silenzioso ma determinante di una fase difensiva che regge l’urto di avversari sempre più organizzati, fino ad arrivare a sfiorare uno scudetto che finirà poi nelle mani dell’Inter guidata da Roberto Mancini, più profonda e attrezzata sul lungo periodo.

Le “notti magiche” in Champions League e quello scudetto sfiorato

Parallelamente, la crescita della Roma si sviluppa anche sul palcoscenico europeo, dove le campagne di Champions League riportano il club tra le grandi del continente. Arrivano le vittorie storiche: quelle di Lione, di Madrid. Mexès è parte della spina dorsale di una squadra che ha il miglior Totti come riferimento tecnico, ma anche i vari Pizarro e De Rossi, Chivu suo partner difensivo, l’esperienza di Panucci, la dinamicità di Perrotta e l’imprevedibilità di Amantino Mancini.

Il francese ha la possibilità di confrontarsi con attaccanti di livello internazionale e di completare il proprio percorso di maturazione, passando da difensore istintivo e talvolta irruento a leader più consapevole, capace di gestire i momenti della partita e di prendersi responsabilità anche nelle situazioni più delicate.

Il secondo grande assalto al titolo arriva nella stagione 2009-2010, quando la Roma, dopo una prima parte complicata, sostituisce Spalletti con Ranieri e costruisce una rimonta entusiasmante che la porta a giocarsi lo scudetto fino all’ultima giornata contro l’Inter di José Mourinho, una squadra destinata a entrare nella storia con il Triplete.

L’infortunio nonostante l’addio anticipato, epilogo amaro

Anche in quel contesto Mexès si conferma una pedina centrale, dentro una difesa che regge l’urto psicologico e tecnico di una rincorsa vissuta sempre sul filo, tra tensione e speranza fino a un epilogo, la sconfitta in casa contro la Sampdoria di Cassano e Pazzini, che lascia inevitabilmente spazio al rimpianto.

L’ultimo capitolo della sua avventura romanista si consuma il 3 aprile 2011, quando, durante la sfida contro la Juventus, il ginocchio cede in maniera innaturale causando la rottura del legamento crociato, un infortunio che non rappresenta soltanto uno stop fisico ma assume anche un valore simbolico, segnando di fatto la fine del suo percorso in giallorosso, destinato a chiudersi pochi mesi dopo con il trasferimento a parametro zero al Milan, in una separazione che lascia inevitabilmente l’amaro in bocca per tempi e modalità.

Resta però il ricordo di un difensore diverso, non sempre lineare ma profondamente riconoscibile, che ha incarnato una delle Roma più forti e affascinanti degli anni 2000, contribuendo in maniera sostanziale a costruire una squadra capace di competere ad altissimi livelli, di vivere notti europee intense e di sfiorare più volte il titolo, lasciando un segno che va oltre i trofei e che si misura soprattutto nell’identità e nello stile di quella Roma.

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