Caro Paulo, la tua immagine in vestaglia accanto al Professor Mariani non può essere l’ultimo lascito nella tua storia con la Roma. Quarantacinque giorni che si sommano a quaranticinque in cui non si è capito nulla di quello che avevi. Ti hanno dato del “malato immaginario” ma del resto ti sei fermato talmente tante volte che prima di crederti, soprattutto con le radiografie in mano, ci hanno messo un bel po’.
Inaccettabile. Pensare che un gioiello così raro nel panorama calcistico mondiale, sia così fragile. Destinato a soli 32 anni a mete esotiche mentre ci sono giocatori, nel nostro campionato che a 40 anni ancora fanno la differenza.
Incredibile. Il pressappochismo che ti ha fatto perdere tempo, a prescindere da chi abbia colpe in questa storia assurda che ti ha tenuto fuori dal campo per un mese e mezzo prima di certificare che il menisco anteriore era completamente saltato. Si potrebbe parlare anche delle caviglie di Ferguson e dei malesseri di Angelino, perché questi accadimenti alla fine mettono tutto in discussione, ma questa è un’altra storia.

Perché al netto di tutto ciò, questa non può essere comunque la foto che certificherà la fine della tua storia con la Roma. L’uomo della “mask”, la “Joya”, l’ultimo vero fuoriclasse puro del nostro calcio, il ragazzo in piedi davanti a diecimila persone al Colosseo quadrato deve finire la sua avventura in giallorosso in una maniera differente.
Chi naviga i social ha la memoria corta sai? Non si ricorda di essere stato tra quei diecimila, non si ricorda di aver esultato per quel gol all’ultimo respiro contro il Feyenoord o a Budapest, quando un tuo lampo ci aveva dato l’illusione di poter portare a casa il secondo trofeo europeo consecutivo. Ci si limita, nel migliore dei casi, ad un “è stato bello…” e poi via, alla scoperta di nuovi (pseudo) fenomeni che dovrebbero sostituirti, come fosse facile.


Vero, nel calcio conta il futuro, non il passato, però esiste la riconoscenza e forse ce ne siamo dimenticati. Esiste l’onore delle armi. Quello negato a Mourinho, trattato come un vecchio rincoglionito dopo due anni di finali europee mai viste nella nostra storia.
Impariamo dagli errori: deve esserci riconoscenza almeno per te, ragazzo dai muscoli fragili capace però di giocate che a queste latitudini si sono viste raramente, di gesti che ci legano ad un calcio che purtroppo non c’è più. Per i bambini che hanno cominciato a guardare il calcio e a tifare Roma perché hanno ricevuto la tua maglia, o perché hanno visto un tuo stop irreale o un tuo controllo orientato senza senso.

Probabilmente a giugno sarà tempo di separarci ma è ingrato, adesso, dire che dovevi andartene in Arabia l’anno scorso dagli stessi che magari, in quella sera folle in cui hai detto no a una vagonata di milioni, sono venuti sotto casa tua per ringraziare te e Oriana.
C’è un rapporto anormale con te, caro Paulo. Una “locura” come la definisci te. Riparti da questo, chiudi i social che avvelenano anima e corpo, e se proprio devi chiudere l’avventura a Roma a giugno, fallo lasciando un’altra immagine.
Magari con un gol che ci porterà in Champions o se proprio vogliamo sognare, una zampata decisiva in quel di Istanbul per asciugare le lacrime versate a Budapest dopo l’ingiustizia perpetrata da Taylor. Puoi farlo, hai la classe per farlo, hai il carattere e anche la voglia.
Fai in modo che questa storia d’amore, quasi irrazionale, possa chiudersi con un’altra foto. E che sia su un campo di calcio: te lo meriti.






