Bryan Zaragoza e l’arte dei “tascabili”: alla Roma non servono centimetri per farsi grandi

roma zaragoza cagliari

A volte basta un dettaglio per riattivare la memoria storica di una maglia. In Roma-Cagliari, tra un controllo orientato e uno scatto bruciante, la Roma ha presentato al suo pubblico Bryan Zaragoza: 1,64 di altezza, baricentro bassissimo, pallone incollato al piede come se fosse parte del corpo. 

Perchè diciamocelo: chi l’ha detto che per dominare il prato dell’Olimpico servano i centimetri di un cestista NBA? Nella storia della Roma, la grandezza non si è quasi mai misurata col metro da sarto, ma con il baricentro basso e la capacità di far sparire il pallone agli avversari prima ancora che questi potessero abbassare lo sguardo.

Prendete Bruno Conti: il nostro “Marazico” non arrivava al metro e settanta, ma con quelle gambe arcuate e un tocco di velluto ha messo a sedere giganti di mezzo mondo, diventando l’essenza stessa della romanità.

E che dire di “Core de Roma”, Giacomo Losi? Un difensore centrale di 168 centimetri che oggi farebbe sorridere gli osservatori moderni, eppure saltava più in alto di tutti, guidando la retroguardia con un carisma che non sarebbe entrato nemmeno in un grattacielo. La storia giallorossa è una galleria di “tascabili” d’autore, pezzi unici che hanno trasformato la statura ridotta in un vantaggio tattico inafferrabile.

Abbiamo ammirato il genio tedesco di Thomas Hässler, un folletto capace di calciare punizioni telecomandate con una precisione chirurgica, e il dinamismo inesauribile di Claudio Salsano, uno che correva per quattro pur essendo la metà dei rivali.

In tempi più recenti, il “Pek” David Pizarro ha insegnato calcio a Trigoria nascondendo la sfera in una cassaforte invisibile a pochi centimetri dall’erba, rendendo impossibile ogni tentativo di scippo, mentre Ludovic Giuly ha portato la rapidità di un microchip francese sotto il Cupolone. C’è persino gloria per il mitico Francesco Quintini, che con i suoi 168 centimetri resta il portiere meno “ingombrante” – ma tra i più coraggiosi – della nostra storia. Insomma, se la Lupa è il nostro simbolo, questi campioni hanno dimostrato che non serve essere giraffe per guardare tutti dall’alto verso il basso.

A Roma, da che mondo è mondo, il vino buono sta nelle botti piccole e il calcio migliore passa sempre per i piedi di chi ha il cuore più vicino al prato che al cielo.

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