Tra i vicoli di Testaccio e le chat di WhatsApp che non dormono mai, è bastato un fotomontaggio per scatenare la sindrome di Stendhal versione Trigoria. Guardate bene quell’immagine: non è solo un volto incollato su un corpo, è un atto di fede, una trasmutazione alchemica che farebbe impallidire i migliori laboratori di genetica moderna.
Donyell Malen, con quel pizzetto d’ordinanza e lo sguardo di chi ha appena scoperto quanto è buona la carbonara, viene catapultato indietro nel tempo, infilato a forza in quella maglia Kappa del 2001 che ancora profuma di scudetto, sudore epico e sigari di Franco Sensi.
È il miracolo del Romanismo 4.0: se la realtà del calciomercato ci nega il centravanti da trenta gol a stagione, noi ce lo fabbrichiamo in casa con Photoshop, possibilmente scegliendo il modello più ingombrante e sacro della nostra storia, quel Gabriel Omar Batistuta che faceva tremare i pali, i cuori e i sogni dei portieri avversari. C’è una bellezza commovente in questa forma di auto-convincimento collettivo, un’ironia così sottile e tagliente che rasenta la follia lucida.
Per il tifoso giallorosso, Malen non è più un esterno o un attaccante mobile della Bundesliga; no, nell’esatto istante in cui i pixel si fondono su quello sfondo sfuocato dell’Olimpico, lui diventa il “Re Leone” olandese, pronto a esultare sotto la Curva Sud mimando la mitraglia, magari dopo un gol sporco al novantesimo che risolve una domenica di sofferenza.
È la speranza che si fa meme, l’illusione che diventa certezza granitica da bar: se indossa la numero 20 della muta tricolore e ha la stessa espressione concentrata di chi deve decidere se raddoppiare il guanciale o fermarsi a un etto, allora è lui, l’eletto, il prescelto per riportarci in paradiso. Non importa se le statistiche ufficiali dicono altro o se il mercato è una giungla di algoritmi freddi; per noi conta quel montaggio fatto con un po’ di fretta, quella sproporzione cromatica che però scalda l’anima più di una finale vinta ai rigori.
In fondo, essere romanisti significa proprio questo: abitare un costante “sliding doors” emotivo dove basta un click per trasformare un onesto professionista in un’icona sacra. E allora avanti così, con la gioia di chi sa di mentire a se stesso, ma lo fa con una classe e un’ironia che nessuna realtà virtuale potrà mai replicare. Benvenuto a Roma, Donyell… o dovremmo chiamarti Gabriel?



