Adriano e la Roma: una storia sbagliata, nel momento sbagliato

adriano roma

Il calendario, a volte, sa essere crudele: oggi è il compleanno di Adriano, uno degli attaccanti più devastanti che il calcio europeo abbia visto nei primi anni Duemila. L’“Imperatore” che piegava le porte con il sinistro, che terrorizzava difese intere, che sembrava destinato a dominare per un decennio. Eppure, nel romanzo infinito della sua carriera, esiste un capitolo che a Roma preferirebbero strappare: quello in giallorosso.

Non per rancore, ma per malinconia. Perché quella tra Adriano e la Roma è stata una storia senza amore, senza scintille, senza tracce vere. Una parentesi grigia, quasi imbarazzante, in mezzo a una carriera fatta di picchi clamorosi e crolli dolorosi.

Adriano alla Roma: un’ombra dell’Imperatore

Quando Adriano sbarca a Trigoria nell’estate del 2010, non è più Adriano. È già “ex” di se stesso. Arriva con la fanfara e una presentazione davanti a cinquemila persone al Flaminio, ma anche con un carico di dubbi, fragilità, problemi fisici e soprattutto personali che da tempo hanno eroso il talento.

La Roma, reduce da una stagione esaltante chiusa al secondo posto, prova il colpo romantico: scommettere su un campione in cerca di redenzione invece di trattenere Luca Toni, che nei sei mesi nella Capitale un segno tangibile l’aveva lasciato. La scommessa è persa in partenza.

Poche presenze, zero gol ufficiali, condizione fisica precaria, atteggiamento distante. Adriano sembra un corpo estraneo dentro uno spogliatoio che corre, pressa, sogna ancora lo scudetto. Il suo passaggio nella Capitale si consuma in silenzio, senza episodi iconici, senza reti da ricordare, senza una vera narrazione sportiva. Una comparsa. Nulla di più.

E questo è forse il vero fallimento: Adriano non ha nemmeno avuto il tempo di sbagliare davvero in campo. È semplicemente svanito.

Quando poteva arrivare da Imperatore

La beffa, per la Roma, è che Adriano avrebbe potuto vestire il giallorosso molto prima. Quando era ancora una forza della natura. Quando, dopo l’esperienza in comproprietà al Parma, il suo futuro non era ancora scolpito nella pietra. Nell’estate del 2003, dopo una stagione infausta, Capello mette gli occhi sul brasiliano e lo vuole a tutti i costi a Trigoria per rilanciare la Roma l’anno successivo.

Franco Sensi prova ad incunearsi tra l’Inter, non totalmente convinta di puntare su di lui come perno assoluto del progetto ed il Parma che, dal canto suo, ha bisogno di monetizzare. Scenario classico da sliding doors.

In quel momento Adriano, in coppia con Mutu, era devastante: strapotente fisicamente, rapido, tecnico, letale dal limite, implacabile in area. Un attaccante che avrebbe potuto cambiare il volto della Roma di inizio secolo, aggiungendo una potenza strabordante al calcio tecnico e associativo che stava nascendo attorno alla coppia Totti-Cassano.

Non se ne fece nulla, la proprietà Sensi non raggiunse un accordo di massima con il Parma e non affondò il colpo lasciando strada all’Inter, che ne riscattò la metà per 23 milioni e credette in lui fino in fondo. E per alcuni anni ebbe ragione. La Roma, invece, dopo averlo subìto da avversario (memorabile una doppietta all’Olimpico in finale di Coppa Italia con due missili da 30 metri), lo incrociò solo quando il serbatoio era già in riserva.

Un acquisto senza anima

Il problema non fu soltanto Adriano. Fu anche il contesto. La Roma del 2010 non era una squadra che poteva permettersi di aspettare nessuno. Era una squadra che viveva di intensità, di equilibrio, di sacrificio. Adriano in quel momento ormai rappresentava l’esatto opposto: talento purissimo che aveva bisogno di protezione, pazienza, comprensione. Due mondi incompatibili. Non scattò mai nulla, né sul campo né fuori. La piazza prese in simpatia l’uomo ma capì ben presto che il calciatore aveva ben poco da dare. La sua avventura si chiuse rapidamente, quasi con sollievo reciproco.

Il compleanno di un rimpianto

Oggi Adriano compie gli anni. A Milano viene ricordato come un Imperatore caduto. A Parma come un ciclone di passaggio. In Brasile come un talento fragile e immenso. A Roma, invece, resta soprattutto una nota a margine. Non per cattiveria. Ma perché sul campo non ha lasciato niente. E forse questa è la definizione più dura per un calciatore del suo calibro: essere passato senza essere mai davvero esistito.

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