Quando tra una quindicina di giorni arriverà il momento delle firme, il fondo Elliott potrà vendere una squadra scudettata. E potrà dire di aver fatto un piccolo capolavoro.

Se non ci saranno sorprese (al momento non prevedibili) gli americani di RedBird, che a loro volta hanno vinto la corsa con gli arabi di Investcorp, si ritroveranno per le mani un gioiellino da far crescere. Il lavoro sporco è già stato fatto: risalire in parallelo (qui sta il difficile) sulle vette di quelle che il presidente Paolo Scaroni chiama le due montagne, risultati sportivi (prima il ritorno in Champions, ora uno scudetto certo non preventivato) e risultati economici (un bilancio che si chiuderà a giugno con un’ulteriore riduzione del passivo, attorno a -50/-55 milioni, zero debiti con le banche, crescita sul piano commerciale) per una società che è quasi capace di camminare con le sue gambe. «Nell’ultimo anno non abbiamo investito in termini di equity nelle casse del club e non dovremmo farlo nemmeno a breve: la barca si è stabilizzata», spiegava al convegno del Financial Times qualche settimana fa Giorgio Furlani, portfolio manager di Elliott nel cda del Milan.

 
 

 

Quattro anni fa, si era partiti da una situazione debitoria pesante (-194,6 milioni), un anno fuori dall’Europa per la controversia con l’Uefa, un clima di sfiducia dentro e fuori la società. Non che gli inizi siano stati facili: gli avvicendamenti di Leonardo e Boban spiegano le difficoltà di trovare un equilibrio tra area tecnica e finanziaria, tra ambizioni sul campo e attenzione a una crescita sostenibile. Il fallimento Giampaolo e gli investimenti infruttuosi (Piatek, Paquetà, Caldara...) sono lì a ricordare le difficoltà iniziali. Gli screzi, lo sappiamo, non sono mancati. Ma se Ivan Gazidis, l’ad, e Paolo Maldini, il capo dell’area tecnica, hanno trovato col tempo un’intesa vera e non di facciata è perché nessuno dei due era quello che il luogo comune narrava: il freddo manager disinteressato ai risultati sportivi e l’ex giocatore condizionato dalla grandeur di un calcio che non c’è più. L’intelligenza di entrambi ha fatto il resto. Gazidis per esempio ha sposato la soluzione Pioli dopo aver accarezzato l’idea Rangnick, la proprietà si è sempre resa disponibile a investimenti se in linea con la filosofia di giovani promettenti, Maldini ha accettato il secco no (che sta facendo scuola) verso certi rinnovi che rischiavano di far saltare il banco, Donnarumma in primis, e con Massara ha operato al meglio per trovare il sostituto. Tutti gli ingranaggi hanno cominciato a funzionare al meglio.

E ora? Ora spetta a RedBird l’ulteriore crescita, ma la linea sarà la stessa: niente spese folli, giovani, uso dei dati, in generale un’accelerazione nel percorso di trasformazione digitale, con l’intenzione di trasformare il vecchio club di calcio in una media company in grado di prendersi il mercato dello sport come intrattenimento. Con l’idea chiara in testa che per riuscirci bisognerà però vincere ancora sul campo.