L'importanza di avere un portiere. Bravo. Gli sono bastate cinque partite a Rui nostro, perché ormai è nostro, per far capire anche a chi il calcio lo mastica poco, cosa voglia dire avere un portiere. Che poi non è neppure fondamentale che sia un fenomeno. Un portiere, punto e basta. Come Rui Patricio. Che da portoghese, in qualche misura, sta dando pure a Paulo Fonseca quello che poteva essere di Fonseca. Perchè ora tutti avranno capito cosa abbia voluto dire per il nostro ex tecnico, sedersi per due stagioni sulla nostra panchina senza avere un portiere. Forse siamo severi con Olsen e Pau Lopez, ma basta avere un po' di memoria per ricordarsi le problematiche con cui la Roma, tra i pali, ha dovuto fare i conti nelle ultime due stagioni. Prima il pennellone svedese che una ne faceva e dieci ne sbagliava, poi lo spagnolo svanito nel nulla in un maledetto derby e di fatto mai più ricomparso.

 

Ecco, Rui Patricio ci ha finalmente risbattuto in faccia l'altra faccia della medaglia. Quella giusta, quella di un portiere che quando deve rispondere presente risponde. Da campione. Come ha fatto ieri sera negli infiniti novanta e passa minuti contro un bel Sassuolo che ci hanno fatto rischiare un ricovero d'urgenza. A decidere gioco, partita e incontro, quinta vittoria in altrettante partite ufficiali, agganciati in testa alla classifica (e ci vengono i brividi a scriverlo) il Napoli e il Milan, è stato quel destro a rientrare che è il marchio di un Faraone che negli ultimi tempi da queste parti è stato un po' troppo dimenticato. Vero. Ma se ci fosse una classifica dei gol al contrario dedicata ai portieri, Rui nostro, ieri sera, ne avrebbe segnati un paio (forse pure tre considerando la deviazione sul tiro di uno Scamacca indemoniato). Prima fermando Berardi, poi quel satanasso di Boga con due uscite da portiere vero, da numero uno che ne ha viste di tutti i colori e non ha paura di guardare gli avversari negli occhi. E, ovviamente, pure la palla che, in entrambe le occasioni ha deviato con i piedi, rendendo poi possibile la favola finale, l'Olimpico in estasi, Mourinho che corre verso la Sud, i giocatori impazziti di gioia, i tifosi con loro per un finale da cuori forti. Ma lui, a fine partita, da leader vero non ha voluto neppure dire quale fosse stata la parata più difficile. Perché quello che conta è la squadra: «Non sono importanti le mie parate, non mi piace parlare di me, quello che conta è che la Roma abbia vinto. È stata dura, ma siamo stati protagonisti di un'ottima partita, dobbiamo continuare così, con la stessa fiducia che ci ha consentito di vincere al novantesimo».

 

 

 

Tutto è stato possibile perché la Roma quest'anno tra i pali ha un portiere. Vero. Ce lo aveva fatto capire anche nella sfida di ritorno del preliminare di Conference League quando, con la Roma in vantaggio per uno a zero, fece una parata da campione su un colpo di testa di un avversario. Fosse finito dentro quel pallone, dopo, potete giurarci, ci sarebbe stato da soffrire. E invece c'era Rui nostro capace, dopo anni, di rifarci capire l'importanza di un portiere che dà piuttosto che togliere punti.
Tiago Pinto all'inizio del mercato ce lo aveva detto che la scelta più importante, quella da non sbagliare, era il portiere. Era consapevole di quello che era successo nelle due precedenti stagioni, di quanto fossero stati penalizzanti, prima lo svedese, poi lo spagnolo, per le ambizioni di tornare a sentire la musichetta della Champions League. Il nuovo direttore sportivo, non ha avuto dubbi nello scegliere il suo connazionale. Su questo supportato in tutto e per tutto dallo Special One perché come loro nessuno poteva conoscere le qualità di questo ragazzo che ci ha messo un amen a diventare il leader difensivo. Parla, urla, si sbraccia, dà le indicazioni ai compagni che forse non erano più abituati ad avere le spalle un portiere in grado di rimediare anche ai loro errori. In quattrocentocinquanta minuti di calcio ufficiale, Rui Patricio ha fatto capire che la scelta di Tiago e Mou è stata quella giusta. Anche se già durante le amichevoli precampionato, più di qualcuno aveva cominciato a storcere la bocca di fronte a un errore con i piedi e a un'incertezza (poi mica tanto a nostro giudizio) su un cross finito all'incrocio. Ma Rui nostro ha le spalle larghe, un centinaio di partite con il Portogallo, una carriera che si avvia ai quindici anni. Più che sufficienti per fargli capire, da ragazzo intelligente qual è, che più delle parole contano i fatti. E lui, anzi e Rui, li ha cominciati a farli quando il gioco si è fatto duro.
Facendo capire anche ai critici di professione, che quegli undici milioni e mezzo pagati per il suo cartellino sono stati ben spesi, alla faccia di chi iniziò a dire che Pinto lo aveva pagato troppo. Poco, invece, a dar retta a queste prime cinque vittorie. E quella di ieri sera, con tutto il rispetto del Faraone, è firmata Rui nostro.